Dove eravamo rimasti con i R.E.M.? Più o meno qui. Dopo il tour in supporto a Monster da cui era scaturito il diario di viaggio New Adventures In Hi-Fi il gruppo si mette in stand-by. Il disco non verrà supportato da un tour e proprio durante questa pausa il batterista Bill Berry decide di fermarsi. Tanti avranno pensato che fosse la fine della band, forse anche i componenti stessi per un periodo. Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills decidono di andare avanti come trio con la benedizione di Berry. Ecco così che una potenziale fine si trasforma in un nuovo inizio.
Grandi opportunità
Lo stacco che separa Up dal disco precedente non potrebbe essere reso meglio che con la sua canzone di apertura. Airportman è un brano di matrice elettronica con le tastiere protagoniste. Si viene immersi in un’atmosfera sognante che nonostante la predominanza degli elementi sintetici emana un calore tutto suo. Avvolti dal suono, con una chitarra che funge quasi da elemento di disturbo dissonante, a catturare è anche la voce di Stipe. Impostata sul registro basso emerge in mezzo a questo magma usando le parole come un pittore astratto usa il pennello. Sono immagini brevi, quasi flash, anche ripetuti che alla fine anche se slegate contribuiscono a formare con le note un insieme coeso.
Sarà anche l’annuncio di una completa abiura alla batteria? A fugare il dubbio ci pensa subito Lotus. I piatti e le pelli sono sempre presenti e vengono messi in bella vista fin dai primi secondi del pezzo. Insieme a lei un piano elettrico e suoni in lontananza prima di un riff di chitarra che ritornerà nel corso del pezzo. Il basso di Mike Mills fa da collante accompagnando la voce di Stipe. Doppiata e a volte triplicata sembra raccontare una ricerca della felicità perduta. Il pezzo sembra scarno ma succedono tante cose, a partire da un organo acido molto anni sessanta che si fa strada fin dalla prima strofa. La chitarra, riff escluso, si limita a pochi tocchi mentre rumori vari appaiono e scompaiono in lontananza. Nel finale appare anche un violoncello, o quello che sembra un violoncello, ad accrescere ulteriormente il fronte sonoro, risaltando anche negli ultimi secondi.
Speranza
L’atmosfera notturna pervade Suspicion. Tutto sembra sospeso, in attesa di qualcosa. La chitarra è distorta ma non invade, il ritmo della batteria elettronica viene doppiato da quella reale con delicatezza. Il basso è graniticamente al centro, molto melodico e non semplice segnatempo. La voce è così libera di raccontare la sua storia che sembra parlare di amore e passione. Stipe sembra registrato addirittura in presa diretta. Gli archi, veri o sintetici che siano, regalano ulteriore leggerezza svolazzando eterei nel pezzo.
A volte capita che ripartendo si torni a guardare anche verso le fonti d’ispirazione. Hope ha un groove elettronico continuo che gli fornisce la spinta e variazioni minime, quasi impercettibili. Ogni tanto arriva un piano a spezzare questa finta monotonia e il flusso continuo di parole che esce dalla bocca di Stipe. Il tutto ricorda molto Suzanne di Leonard Cohen e il poeta canadese si prende un credito compositivo. Ma c’è anche la lezione dei Velvet Underground sui sensi stimolati dall’apparente staticità. Un brano in cui può essere difficile entrare ma una volta aperta la porta ti inonda in maniera stranissima con le emozioni.
Il giro di piano che apre At My Most Beautiful potrebbe essere tranquillamente preso da Pet Sounds. Forse per la prima volta nella storia dei R.e.m. c’è una produzione pop meticolosa. Se dietro il banco del mixer ci fosse stato proprio Brian Wilson non mi sarei sorpreso. Tutto invece è farina del sacco del trio di Athens che in mezzo a campane tubolari, archi, cori e sezioni ritmiche mette insieme una canzone d’amore pressoché perfetta, dolce ma non melensa, accompagnata anche da un video che si fa ricordare.
Il professore triste
The Apologist chiude quello che potrebbe essere considerato un trittico delle ispirazioni. Se Patti Smith era presente in carne ed ossa nel disco precedente con E-Bow The Letter qui viene evocato il suo spirito. La linea melodica delle strofe ricorda infatti in parte quella di Dancing Barefoot. Tutto il brano è percorso da una scossa che tiene all’erta. Peter Buck si divide tra acustica ed una elettrica lancinante mentre intorno è un fiorire di tastiere. Il testo sembra parlare di una persona che per migliorare se stessa si scusa a profusione per tutto il male che ha commesso. Ma servirà davvero?
Sad Professor si presenta come un film. In questi quattro minuti seguiamo un brevissimo tratto della vita di un insegnante che non sembra amare troppo il suo lavoro. Stipe sembra un regista più che un cantante qui, facendo con le parole le veci della cinepresa. Musicalmente protagoniste sono le chitarre, con l’acustica che segna il ritmo insieme al basso e l’elettrica che arriva a dare sostanza nel ritornello. Nella seconda parte arriva anche un piano in funzione melodica mentre intorno le percussioni sono discrete e intenzionate a non farsi notare troppo.
L’elettronica torna a fare da base ma quasi impalpabile per You’re In The Air. Un ritmo sghembo si snoda per tutta la durata del brano, il feedback viene usato in maniera sapiente con Peter Buck ancora una volta protagonista. Nel ritornello appaiono delle tastiere che spingono il brano verso il cielo insieme alla voce, espressiva all’ennesima potenza. Il riff ripetuto che appare dopo il secondo ritornello è accattivante nella sua semplicità e la musica è il perfetto compendio di parole che descrivono un amore carnale.
Perché non sorridere?
Walk Unafraid non sarebbe stata fuori posto su un disco dei Cure per me. L’insoddisfazione espressa nel testo trova sfogo anche in una musica trattenuta ma nervosa, con basso e chitarra sugli scudi. La batteria fa sentire la sua presenza con discrezione mentre tastiere ed elettronica colorano un pezzo che cresce ascolto dopo ascolto.
Le percussioni ci portano dentro Why Not Smile. Brano costruito a strati dove man mano si aggiungono elementi a creare un piccolo muro del suono. Il testo pare una riflessione sul non bloccare la propria vita quando le cose non vanno bene. Sembra suggerire al protagonista di aprirsi nuovamente alla vita dopo un momento buio. Ecco così che le parole e il crescendo musicale creano un mix perfetto che fa quasi trascendere chi sta ascoltando. Una canzone semplice ma non facile.
Daysleeper è stato il primo singolo dell’album. Ballad dal sapore vagamente country descrive lo spaesamento di chi lavora di notte. Basata sulla chitarra acustica con un tempo insolito ha un piano che si fa notare nel ritornello e un gioco di vuoti e pieni che contribuisce a rendere in note l’idea che sta nel testo. Una gran canzone.
Una personalissima murder ballad. Almeno nel testo Diminished a me sembra questo. Musicalmente pare di essere finiti a un lounge bar che si trova all’inferno con quel vibrafono, la pedal steel e qualche sintetizzatore gorgogliante. Il basso fa sentire la melodia e la batteria è quasi jazz. Brano curioso e interessante. Come sua appendice troviamo I’m Not Over You, uno Stipe nudo e crudo che in un minuto crea un piccolo germoglio chitarra e voce.
Un grande esperimento
Un piano liquido e l’organo acido dominano Parakeet. Basato su una scala discendente il basso si fa sentire a sostenere l’impalcatura mentre la batteria è decisamente più discreta. Il testo è aperto a interpretazione ma ha un che di sinistro tra le righe. Anche i sintetizzatori che ogni tanto fanno capolino man mano che la canzone procede contribuiscono a una sensazione di disorientamento.
Alla fine del viaggio restano solo le tastiere o quasi. Falls To Climb è dominata da esse, con solo una chitarra acustica e la batteria ad affacciarsi appena alla finestra. L’atmosfera è solenne ed austera mentre seguiamo Stipe che parla di qualcuno che si prende la colpa per qualcosa che non ha fatto. O almeno così sembra. Questo brano ha un qualcosa dell’inno da chiesa sembra di assistere alla conclusione di una liturgia aspettando che l’ultima nota finisca e si possa uscire dall’edificio.
Una volta all’aria aperta che cosa ci rimane? Sicuramente la sensazione di aver ascoltato un disco coraggioso. Privati di un membro i R.e.m. provano a reinventarsi e secondo me ci riescono alla grande. Up è un ascolto che richiede attenzione ma che regala grandi soddisfazioni. Meno immediate dei dischi precedenti senza dubbio ma alla fine altrettanto appaganti. Stipe, Buck e Mills dimostrano di avere ancora cose da dire e lo fanno con mezzi per loro inusuali. Forse l’unica pecca è essere arrivato dopo quattro dischi fondamentali ed essere quindi rimasto un po’ in disparte come una carta spaiata del mazzo.