Non sono solito parlare di jazz su questo blog anche se lo ascolto. O meglio lo ascoltavo di più qualche tempo fa, sapete come vanno i corsi e ricorsi della vita. Però oggi Miles Davis avrebbe compiuto cento anni quindi mi sembra giusto fare un’eccezione.
Uno, nessuno, centomila
Ma quale Miles? Perché Davis è stato tante cose nel corso della sua carriera, ha attraversato gli anni che ha vissuto cambiando pelle talmente tante volte che a volte sembra quasi impossibile credere che certi album facciano parte della medesima discografia se non per il fatto che c’è il suo nome in copertina. Se vi volete avvicinare fatelo con cautela, come quando fate passare due ore dopo mangiato prima di tuffarvi in acqua. Se vi incuriosisce entrate piano, acclimatatevi e poi quando siete pronti buttatevi. Credo che troverete qualcosa che vi farà esclamare un “Oh” di sorpresa come quando si scopre qualcosa che ci entusiasma per la prima volta.
Ma al di là dei dischi per me Miles Davis è stato un portale del jazz. Leggendo chi aveva suonato negli album scoprivo che tantissimi transitati dai suoi gruppi avevano avuto carriere da soli o a loro volta avevano fondato altre band. La sua perenne e mai doma curiosità lo ha portato a non fossilizzarsi non solo a livello musicale ma anche nella scelta dei musicisti. Un mondo aperto e pieno di possibilità da scandagliare ulteriormente per scoprire in quanti modi diversi il passaggio nelle sue band fosse stato poi declinato da miriadi di musicisti.
Quindi, al di là della sua discografia, le tracce lasciate da Miles Davis si possono trovare in tantissime opere dove lui non compare direttamente. Un lascito che conferma la grandezza di quella che probabilmente rimarrà l’unica vera rockstar della musica jazz, capace di trascendere tempi e generi diventando in questo modo realmente eterno.