A volte quando mi approccio alla musica possono arrivare suggestioni inaspettate. Ad esempio l’album di cui andrò a parlare oggi l’ho ascoltato perché attratto dal suo titolo. Non so perché ma L’improbabile piena dell’Oreto ha avuto un magnetismo che mi ha convinto ad ascoltarlo mollando altre cose.
L’oro del fiume
Direi che l’album è ben descritto proprio dall’aggettivo presente nel suo titolo. Da intendersi per me in maniera assolutamente positiva. Sono canzoni queste apparentemente delicate ma potentissime. Ci sento dentro l’urgenza espressiva di doverle tirare fuori così in questo esatto momento. Mi sembra che Dimartino abbia scritto queste parole e suonato questa musica prima di tutto per sé stesso. Il disco infatti è basato in larghissima parte sulla chitarra acustica e la voce e non so se a un certo punto sia balenata l’idea di pubblicarlo così.
Non che gli altri strumenti non ci siano. Batteria, basso, tastiere e anche l’orchestra appaiono anche molto più di quanto sembri. Però sembrano meno presenti perché l’attenzione viene catturata da Dimartino. C’è un magnetismo nelle sue corde vocali e nelle dita che suonano sul manico della sei corde che ti fa quasi dimenticare che c’è anche tutto il resto.
Questo disco alla fine sembra quasi una porta d’entrata in un altro mondo. Un mondo dove una volta che quella porta te la chiudi alle spalle sei fuori dai ritmi sempre più frenetici che questi anni sembrano importi e ti ritrovi in uno strano movimento immobile. La vita di questo album ti scorre effettivamente davanti ma lo fa con un tempo dilatato. In questo modo è possibile gustarsi ogni cosa e notare dettagli che se questo disco fosse stato fatto in un altro modo probabilmente sarebbero passati più sottotraccia.
L’Improbabile Piena Dell’Oreto è, come ho detto, un disco fatto secondo me per una necessità personale di chi lo ha scritto. Finisce, forse involontariamente, per diventare una volta ascoltato qualcosa che non lascia indifferenti e alla fine diventa necessario anche per chi lo ascolta.