“Ce ne sarà parecchia di musica da discoteca lì dentro”. Questo il commento di qualcuno che mi vide entrare dentro a un bar con il nuovo cd degli U2 sottobraccio all’epoca dell’uscita. Il singolo di lancio aveva lasciato spiazzati e interdetti non pochi. A me era piaciuto parecchio quindi passai oltre senza dire nulla aspettando il momento di tornare a casa e mettere nel lettore l’album.
Uno specchio dai mille colori
Va detto che se il singolo lo chiami Discothèque e il disco lo intitoli Pop non fai nulla per evitare di far partire un potenziale delirio di commenti (nel 1997, pensate se fosse uscito ora con i social network). Spingi il tasto play e una sfumata introduce un riff di chitarra che sembra girare per la stanza. E’ proprio Discothèque ad arrivarti addosso così, un po’ tra capo e collo. Forse dopo 25 anni se ne può anche parlare più serenamente.
L’equivoco è stato generato principalmente dal titolo, perché il pezzo alla fine è un ottimo rock-funk, con The Edge grande protagonista in un rimando continuo di riff, effetti e distorsioni. La sezione ritmica tiene il pezzo a terra e Bono sdoppia la sua voce per portarci in un luogo che è in realtà un non luogo dove vivere una vita parallela.
Non si fa in tempo a riprendersi che subito arriva un ritmo elettronico che introduce sezione ritmica e chitarra. In Do You Feel Loved? il protagonista è Adam Clayton con la linea di basso che suona proprio davanti alla faccia di chi ascolta. Intorno è un fiorire di chitarre, trattate più o meno pesantemente con un Edge che decide di uscire totalmente dal suo classico spazio sonoro, mentre nel testo si parla d’amore ma non certo in maniera classica. Anzi, nelle parole c’è un qualcosa di minaccioso e sinistro.
Fissando il sole
Che dire poi di Mofo? Annunciato da diavolerie elettroniche assortite arriva Larry Mullen Jr. che viene lasciato solo per poi essere raggiunto da basso, tastiere e una chitarra con un effetto che ti lancia verso l’alto. Uno strano assalto sonoro dove la sei corde appare e scompare, sta intorno ma non invade lo spazio. Forse anche per non distrarre dal testo, molto personale con Bono che riesce a creare un cantato molto emozionante. Bello il break centrale con la voce lasciata sola con una linea sintetica e la chitarra. Poi il brano riprende granitico fino alla sfumata finale.
Dopo questa tripletta l’inizio di If God Will Send His Angels sembra voler far tirare il fiato a chi ascolta. Una chitarra e la voce restano solitari fino al ritornello dove vengono raggiunti da basso e batteria agili ma presenti. Un testo che esprime tanti dubbi è avvolto dalla musica che regala un senso di grande calore.
Una chitarra acustica e un’elettrica acidissima ci portano dentro Staring At The Sun. Canzone dalla struttura classica che rimanda agli anni’60 fu scelta come secondo singolo. A fare la differenza qui sono i dettagli, come le chitarre che fanno da contorno alla canzone e imbevono ancora di più il tutto in un’atmosfera quasi psichedelica. Oppure il suono che a tre quarti di canzone rimanda a un sonar con Adam Clayton e Larry Mullen lasciati in primissimo piano.
Sono già andato
Un riff blueseggiante e tastiere eteree accolgono per Last Night On Earth. Per tutto il brano si percepisce una sensazione di furia tenuta a bada che esplode durante il ritornello. Curioso il cambio centrale dove sembra quasi che si sia deciso di dare vita ad un’altra canzone prima di tornare sui binari percorsi in precedenza. Uno dei pezzi migliori del disco rivisto abbastanza inspiegabilmente per la versione del singolo, usanza per me discutibile.
La chitarra sembra quasi un allarme all’inizio di Gone. Probabilmente ispirata dal testo che riflette sulla fama con tutti i suoi pro e i suoi contro. La voce di Bono sembra registrata in presa diretta, tra gli strumenti si fa strada un piano a riempire gli spazi mentre batteria e basso tengono tutto su un tempo medio e rockeggiante. Nella parte centrale gli strumenti si quietano per un momento e restano il piano e la voce insieme a ritmi sintetici e a una breve apparizione di quello che sembra un violoncello trattatissimo. Il finale vede ancora protagonista la chitarra iniziale che resta nuovamente sola a chiudere la canzone.
Un oggetto misterioso. Questo per me è stata per anni Miami. Devo dire che probabilmente l’apprezzo più ora di quando è uscita, nel canzoniere degli U2 è realmente sperimentalismo allo stato puro. Una sfumata introduce una batteria trasformata elettronicamente e per il primo verso nella canzone non c’è sostanzialmente altro. Nel secondo ci sono suoni disparati mentre all’altezza del ritornello ecco il basso. La chitarra arriva quasi a metà canzone con una distorsione dura poi lo scenario cambia. La batteria è liberata dall’ elettronica mentre una tastiera persiste nel suonare un paio di note che mettono tensione. Tutto sembra preparare a qualcosa, la chitarra resta sottotraccia finché nell’ultimo ritornello ritorna a prendersi il centro della scena. Poi tutto sfuma.
Se indossassi quel vestito di velluto
Si finisce così dentro l’atmosfera al rallentatore di The Playboy Mansion. Tutto in questa canzone sembra muoversi con indolenza mentre si canta una storia di qualcuno convinto che la fama risolverà tutti i suoi problemi e insicurezze. Il testo gioca con alcuni simboli pop e quell’insistente chitarra slide e i cori hanno un sapore gospel. Tutto finisce in maniera quasi repentina sulla slide e ci ritroviamo senza riprendere fiato nella canzone successiva.
Di If You Wear That Velvet Dress avevo già scritto qui. Posso solo aggiungere che l’atmosfera è sensualissima e il testo sembra quasi un sogno ad occhi aperti che prepara al finale di album.
Se la canzone precedente ti accarezzava Please arriva come uno schiaffo. C’è una sensazione di tensione che permea tutto il brano, con un testo che suggerisce l’argomento più che parlarne apertamente. Una mossa azzeccatissima a mio parere. Parole e musica sono un tutt’uno in questo pezzo che emoziona e coinvolge e monta piano piano come un onda. Decolla definitivamente dopo metà brano e verrà trasfigurata dal vivo con la chitarra protagonista assoluta. Andate a recuperarla se potete.
Alzati, uomo morto
Una chitarra acustica ci porta nel finale. La voce di Bono è quasi metallica mentre tutto intorno ci sono voci e sintetizzatori che sembrano delle interferenze radio. Wake Up Dead Man ha un testo che letto oggi è ancora impressionante e ti porta in una strana zona di grigiore emotivo. Sembra che ci sia tanta stanchezza ogni tanto appaiono elettriche quasi morriconiane a squarciare l’atmosfera ma tutto si chiude su una tonalità plumbea e con le interferenze che prendono possesso dello spazio sonoro.
Una chiusura coraggiosissima per un album che all’epoca fu inizialmente ben accolto poi osteggiato da critica e pubblico. Poco amato forse anche dagli stessi U2 che dopo il gigantesco PopMart Tour lo hanno chiuso in un cassetto e lasciato lì. A me è piaciuto fin dall’inizio, mi è parso una conseguenza abbastanza logica del percorso iniziato con Achtung Baby e Zooropa. Forse è il caso di togliere la patina di polvere dalla copertina e farlo girare di nuovo se lo avete tra i vostri dischi, che dite?.