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Vivendo in un mondo materiale

Dopo essermi occupato delle canzoni scritte per i Beatles, per festeggiare gli ottant’anni di George Harrison (li avrebbe compiuti proprio oggi) ho pensato di fare un giro nei suoi album solisti, una canzone a disco. Una raccolta/playlist che se vi va potete creare anche sulle piattaforme.

Ski-ing (Wonderwall Music, 1968)

Alla fine il “Beatle tranquillo” è il primo ad esordire come solista. Con una colonna sonora strumentale che si divide tra momenti indiani ed altri occidentali. A me è sempre saltato all’orecchio questo frammento dove protagoniste sono le chitarre, con un riff che si pianta in testa al primo ascolto.

Under The Mersey Wall (Electronic Sound, 1969)

Qui non conta tanto il brano in se. Questo è uno dei primi utilizzi del Moog da parte di un musicista rock. Sicuramente autoindulgente se volete, ma questi suoni creano la strada che porterà ad una musica prettamente elettronica. George si balocca con il sintetizzatore, terzo inviato in Gran Bretagna a quanto pare, e dimostra di essere curioso e con necessità di sperimentare.

Hear Me Lord (All Things Must Pass, 1970)

Dopo le sperimentazioni si torna alla forma canzone. In grandissimo stile oserei dire. Gospel-rock micidiale il brano è veramente una preghiera in cui si chiede perdono, con il piano in bella evidenza e una slide che sembra piangere in lontananza. Curiosamente ricorda un po’ How Do You Sleep? che uscirà l’anno successivo su Imagine di John Lennon.

Deep Blue (Bangla Desh, 1971)

Sul lato b di uno dei primi singoli benefici della storia del rock ecco questo folk-blues. Con una strumentazione scarna, due acustiche-basso-batteria con una dobro a colorare, si racconta un momento di grande difficoltà. Sembrerebbe una canzone semplice, ma se uno ci fa caso nota tante piccole cose che la rendono interessante.

Just Like A Woman (The Concert For Bangla Desh, 1972)

Che c’entra una canzone di Bob Dylan? È la testimonianza di un momento storico. Per il concerto di beneficenza al Madison Square Garden per raccogliere fondi per il Bangladesh, devastato da un’alluvione, Harrison convince Bob ad uscire da un esilio concertistico che durava dal 1966. Un set breve ma intensissimo, in cui Dylan da il meglio di se accompagnato da George e Ringo. Una sorta di sogno ad occhi aperti testimoniato sia su disco che su pellicola. Ascoltare Harrison che lascia spazio alla canzone inserendosi con tocchi misurati ed efficaci è una cosa molto bella.

Living In The Material World (Living In The Material World, 1973)

La dicotomia tra il mondo materiale e quello spirituale non è mai risultata così evidente come in questa canzone del chitarrista inglese. Parti squisitamente rock si alternano a quelle indiane quasi a dimostrare la contrapposizione che Harrison si è sempre trovato a vivere. Alla fine tutto però riesce chissà come a restare in una certa armonia.

Simply Shady (Dark Horse, 1974)

Il mondo materiale sembra avere vinto. Senza voce per una laringite, auto oberato di lavoro, prossimo al divorzio e nel pieno di una fase distruttiva Harrison incide Dark Horse. Fa impressione sentire quel cantato così rotto, a cui fa da contraltare una musica che scalda il cuore. Autobiografia quasi brutale, un vero schiaffo in faccia, una rarità nel catalogo di George.

This Guitar (Can’t Keep From Crying) (Extra Texture, 1975)

In un album che è una dichiarazione d’amore per il soul ecco che spunta un seguito di While My Guitar Gently Weeps. Musicalmente il brano ricorda molto la canzone madre, mentre il testo si toglie qualche sassolino dalle scarpe sulla stampa. Un rapporto complicato dopo le stroncature al disco precedente e relativo tour. La slide sembra effettivamente lacrimare nei suoi interventi. Curiosità: l’album di Harrison sarà l’ultimo pubblicato dalla Apple prima dello scioglimento legale dei Beatles. Ad inaugurare ci aveva pensato lui stesso con Wonderwall Music.

Pure Smokey (Thirty There & 1/3, 1976)

La situazione è più tranquilla, la voce è tornata e le cose si sentono entrambe in questo album. Ascolto piacevolissimo e quando arriva questo tributo a Smokey Robinson, uno dagli eroi musicali di Harrison, si resta intrappolati nel groove rilassato. George dichiara tutto il suo amore per l’artista, piazzando un assolo curiosamente a inizio brano e un altro alla fine che ricordano a tutti il gran chitarrista che è.

If You Believe (George Harrison, 1979)

Un album che conferma quanto di buono fatto con il disco precedente. Anzi lo migliora. George è in gran forma e questa canzone, scritta con Gary Wright, ha i piedi ben piantati nella tradizione ma aggiornata al periodo. Una sorta di ritorno a casa, con suoni e melodie familiari ma talmente ben fatti che ti scaldano il cuore.

Hong Kong Blues (Somewhere In England, 1981)

Rivisitazione di un brano di Hoagy Carmichael datato 1939. Harrison lo modernizza ed effettivamente il pezzo potrebbe benissimo essere stato scritto poche settimane prima della registrazione. Le chitarre lavorano tantissimo ma quasi in incognito mentre a risaltare sono le tastiere con il loro riff reiterato a intervalli regolari durante tutta la canzone.

Mystical One (Gone Troppo, 1982)

Harrison si sente sempre più fuori dai meccanismi del music business e questo disco non avrà un seguito per cinque anni. Sempre considerato tra i peggiori se non il peggiore della sua produzione, Gone Troppo, in realtà ha momenti che si fanno ricordare. C’è una certa leggerezza di fondo ma questa canzone d’amore è veramente un buonissimo brano pop. Del resto essere leggeri non è detto che sia sempre un male giusto?

Wreck Of The Hesperus (Cloud Nine, 1987)

Harrison torna in studio all’inizio del 1987 e in breve tempo si ritrova con un bel po’ di canzoni. Ci lavora con Jeff Lynne e un bel po’ di amici, qui ci sono Eric Clapton alla chitarra ed Elton John al piano per dire, ne viene fuori un disco che lo riporta al centro della scena. Questa canzone è un gustoso rock soul che riflette sul tempo che passa e sulla stampa, condito da un riff di fiati che si fa ricordare e un’atmosfera che fa battere il piede.

Roll Over Beethoven (Live In Japan, 1992)

Ancora Eric Clapton tira fuori George dall’auto imposto esilio dai concerti. Solo qualche data in Giappone e una a Londra. Dalle date al Budokan viene tratto un live riuscitissimo. Slowhand e la sua band accompagnano ed Harrison sembra divertirsi molto. A chiudere il disco e i concerti era questa cover di Chuck Berry, già cavallo di battaglia ai tempi dei Beatles e qui resa con un occhio più blues soprattutto nel piano. Una sorta di giro completo per quelli che resteranno gli ultimi live del chitarrista inglese.

Marwa Blues (Brainwashed, 2002)

George Harrison avrebbe voluto pubblicare un nuovo disco solista, ma il lavoro procede a singhiozzo tra stop e ripartenze. Poi ci mette la mano il destino e il musicista, a causa di un’aggressione prima e di un cancro che non gli lascerà scampo poi, non riesce a vedere completato il progetto. Lascis però precise istruzioni e il lavoro viene portato a termine da Jeff Lynne, Jim Keltner e il figlio Dhani. Questo brano strumentale etereo è uno dei punti più belli di un gran bell’album. La slide fa le veci delle corde vocali e ricorda una volta di più che gran chitarrista sia stato Harrison.

Il viaggio nella musica di George Harrison finisce qui. Voglio ringraziare Guido Harari che qualche tempo fa mi ha dato l’idea di questo post. Se voleste ascoltare le canzoni potete andare in ordine oppure ascoltare e scegliere poi quello che vi piace di più. Toglierei solamente Electronic Sound perché è veramente un episodio a sé stante.

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Pubblicato da parliamounpodimusica

Grande appassionato di musica fin da bambino, si è finalmente deciso a scriverne un po' unendo così due sue grandi passioni