I Deep Purple per me sono sempre stati un gruppo particolare. Il meglio nel loro periodo classico lo davano nei live a mio modo di vedere, mentre in studio non riuscivano del tutto a catturare quella visceralità che traspariva dalle esecuzioni in concerto. Una delle loro prove migliori, sempre nella mia modestissima opinione, è quella di cui mi appresto a parlare.
Una star della strada
Pubblicato nel marzo del 1972 Machine Head arriva dopo In Rock e Fireball. Architrave del successo il primo, meno riuscito e un po’ ondivago il secondo (anche se molto amato dal cantante Ian Gillan). Si decide di registrare al Casinò di Montreaux, chiuso per l’inverno, con lo studio mobile dei Rolling Stones. Ma all’ultimo concerto prima della chiusura mentre suona Frank Zappa un fan lancia un fumogeno che rade al suolo la struttura, tutta in legno. Questo ispirerà quella che, nel bene e nel male, è diventata LA canzone dei Deep Purple ma ne parleremo dopo.
Spostatisi al Grand Hotel dopo un breve tentativo al Pavillon, i cinque iniziano a registrare pezzi già scritti nel corso di un tour inglese di poco precedente alla registrazioni e il brano che apre il disco mette subito in chiaro che l’ispirazione è ad ottimi livelli.
Una sezione ritmica trascinante, chitarra e organo che dopo un’intro restano granitici su una sola nota e un urlo ripetuto ci portano sui sentieri di Highway Star. Una di quelle canzoni dove il piede pare in effetti sempre premuto sull’acceleratore. Le variazioni sono pochissime, tutto si basa su riff ripetuti dove la voce di Gilllan canta parole che sembrano suggerite dalla musica. Sembrerebbe un qualcosa di già sentito se non fosse per la scossa elettrica continua che percorre questi sei minuti. Senza dimenticare gli assoli. Nel primo, che arriva dopo il secondo ritornello, Jon Lord fa arrivare il suo organo quasi come un aereo in picchiata, per poi planare su un gusto barocco da cui traspare tutta la sua formazione classica, senza però risultare stucchevole.
Una foto di casa
Dopo un’altra alternanza strofa-ritornello arriva Ritchie Blackmore con la sua sei corde: qui la struttura è decisamente classicheggiante, sembra quasi di ascoltare una partitura eseguita da un’orchestra di elettriche, a volte all’unisono altre in armonizzazione. Sul finale di solo si ritorna ad atmosfere maggiormente blues per rientrare poi nell’ultima parte cantata. Si torna su lidi già conosciuti ma nel finale c’è un crescendo continuo che va a terminare come un live su un organo rumoristico.
Cosa si può far seguire a un pezzo del genere? Un veloce scambio di batteria risponde alla domanda. In Maybe I’m a Leo il tempo è più rilassato e il riff all’unisono di chitarra e organo rimanda al funk. Il testo è decisamente insolito e parla di un rapimento, Ian Paice alle pelli ha modo di mostrare tutto il suo gusto e Blackmore piazza un paio di assoli pesantemente blues dove gioca molto con la barra del tremolo. Il basso di Roger Glover tiene ancorato il pezzo e un solo di piano elettrico accentua l’idea di funk che aleggia nell’aria.
Di nuovo Ian Paice ad aprire le danze in Pictures Of Home, stavolta con un vero e proprio assolo di batteria. Appena entra il resto della band parte una cavalcata dalla tinte western. La chitarra detta un riff che si ripete lungo tutta la canzone e si parla di solitudine, un po’ reale e un po’ metaforica
Coerentemente col tema ogni strumento si prende un suo momento: se la chitarra punta ancora sul blues e l’organo sul classico a stupire è Roger Glover col suo basso. In uno dei suoi rarissimi assoli segue senza soluzione di continuità Jon Lord e tira fuori un’improvvisazione feroce che sembra quasi slegata dal pezzo.
Mai prima d’ora
Si rientra sul riff iniziale e uno stop improvviso sembra mettere fine al brano. Ma è una finta, con una rullata decisa si riparte e la chitarra si prende nuovamente la scena fino alla sfumata che chiude realmente il tutto.
I Deep Purple avevano grandi progetti per Never Before. Orecchiabile, blues-funk, con un bel riff e un cambio a metà canzone che la trasforma in mid tempo prima di un solo di chitarra fulminante e un piano elettrico (o è un organo parecchio distorto?) che chiude la partita in appena quattro minuti. Per il gruppo era quello il singolo, tanto che quando consegnarono l’album alla casa discografica lo fecero con una nota in cui specificavano questa volontà. Di rimando gli venne chiesto:”Siete proprio sicuri? Perché il singolo è chiaramente la canzone che viene dopo”. I Deep Purple provarono a tenere il punto ma alla fine cedettero, visto però com’è andata a finire forse la EMI non aveva tutti i torti.
Infatti “la canzone che viene dopo” è Smoke On The Water. Un riff semplice e istantaneamente memorizzabile, svolgimento lineare, testo che parla della realizzazione del disco e dell’incendio al casinò durante il concerto di Zappa. Sembra che le tessere di un mosaico siano tutte cadute al posto giusto senza sforzo. Blackmore nel suo solo si divide tra note tirate e passaggi più brevi mentre la lunga coda strumentale mette in primo piano l’organo di Lord e il grande gusto nell’accompagnare di Glover e Paice. Il successo del brano è immediato per quella che rimarrà la canzone con cui il gruppo verrà identificato.
Pigrizia
Ancora Lord ci porta dentro Lazy. La sua lunga introduzione con un organo prima elegiaco poi distorto lascia chi ascolta spiazzato. Sembra fatta apposta per non far capire dove andrà la canzone. Ma ecco che si aggiungono gli altri strumenti e un riff da il via a quella che a tutti gli effetti è una jam. Tanto e vero che sei corde ed organo si prendono la scena per quattro minuti, prima che arrivi la voce di Gillian. Sembra che il gruppo viaggi in una sorta di furia trattenuta, mentre il cantante parla di un tipo pigro oltre ogni dire o forse di una persona sull’orlo della depressione. Tra le due strofe Gillan si dà da fare anche all’armonica, mentre il finale è ancora una volta strumentale con un lungo solo di chitarra e una coda da esibizione dal vivo.
Martellante. L’aggettivo che viene in mente ascoltando Space Truckin’. Un riff di organo e basso, poi arriva la batteria. Infine si aggiungono voce e chitarra, la seconda è classicamente rock’n’roll mentre la prima parla di una storia quasi nonsense. La marcia cambia ulteriormente nel ritornello dove note discendenti accompagnano il cantato. Tutto procede spedito e deciso, prima di un solo di sei corde breve che lascia spazio alla batteria. Intorno l’organo rumoreggia poi tutti rientrano con un crescendo continuo che porta di nuovo al ritornello e alla sfumata lunga che chiude il disco.
Termina così un album che, con il suo successo, allarga ulteriormente il pubblico dei Deep Purple. Il gruppo in questa raccolta di canzoni pare meno “frenato” rispetto alle precedenti prove in studio, forse proprio grazie al fatto di registrare in un ambiente che non aveva nulla della tipica sala d’incisione. Subito dopo partirà un tour con cui il gruppo arriverà per la prima volta in Giappone e… immaginate già dove potremmo andare a parare vero?