Sabato 29 aprile si parte per un viaggio, direzione Casalecchio Di Reno. All’Unipol Arena c’è Roger Waters con il suo This Is Not A Drill. Torna a cinque anni dal tour Us+Them e quasi sicuramente è una delle ultime occasioni per vederlo, se non l’ultima. Mai dire mai che i tour di saluti e inchini finali possono durare molto.
Una volta arrivati nel palazzetto dal parterre ci si staglia davanti il palco. Uno schermo a croce imponente e uno stage che sembra suddiviso in quattro sezioni. L’attesa dello show è scandita da annunci cadenzati in stile stazione ferroviaria. Alle 20.30 in punto le luci si spengono e parte Comfortably Numb. Chi ha ascoltato The Lockdown Sessions sa già di cosa sto parlando. Non è la stessa canzone di sempre, è tetra e senza assoli. Una rielaborazione coraggiosa e polarizzante. Devo dire che all’interno di questo concerto ha una sua ragion d’essere.
Ossessioni e intimità
Non è mia intenzione mettermi qui a raccontare il concerto canzone per canzone ma fare un discorso più generale. Ovviamente dentro lo show c’è la politica, ma per chi conosce Waters questo non è certo una novità. I grandi schermi rilanciano spesso messaggi chiari ed inequivocabili, com’è nel suo stile. Però in un modo stranissimo è anche un concerto molto personale ed intimo.
So che può sembrare assurdo definirlo così visti i super schermi, la parte visuale comunque importante e le oltre diecimila persone presenti nel palazzetto, ma questa volta Waters ha messo in gioco una parte di sé che forse non si era mai vista. Sembra voler riannodare i fili della sua vita, mettendosi più a nudo. Così attraverso gli schermi ci parla dei primissimi Pink Floyd, del periodo difficile di Wish You Were Here, dell’idea dietro Animals.
Ma attraverso una canzone inedita, intitolata The Bar, va anche oltre, mettendoci dentro la moglie, il fratello da poco scomparso e Bob Dylan da cui ha preso a prestito qualche parola. Ecco, forse la chiave di questo show sta tutta in queste cose. Se Us+Them sembrava forse maggiormente centrato ed oliato in tutti i suoi meccanismi, qui sembra esserci più umanità e meno perfezione. Ha un feeling più diretto, dove ci si prendono i tempi che servono e c’è spazio per tanto cuore e un pochino meno perfezione.
Questa non è un’esercitazione
Waters a quasi ottant’anni continua ad avere un’energia invidiabile e pare nutrirsi di quella che gli arriva dal pubblico. La band per contro nella data che ho visto io mi è parsa un pochino stanca. Forse anche a causa del caldo abbastanza asfissiante che pareva esserci anche sul palco oltre che nel parterre. Ma anche questo rientra nel quadro generale di uno spettacolo in cui sembra di essere seduti a un bar con qualcuno che ti racconta la sua vita. Tu lo stai ad ascoltare, puoi non essere d’accordo con tutto quello che dice (è Waters, prendere o lasciare) ma quel che rimane addosso alla fine è veramente una sensazione di stranissima intimità condivisa.
Foto: Giorgio Bonari
