Il disco che ho ascoltato di più tra dicembre e gennaio è italiano. Ed è uscito secondo me clamorosamente fuori stagione. Ascoltandolo infatti non posso fare a meno di pensare al mare, al salmastro, al sole. Anche a quelle “notti di un lungo giorno” in cui sembra che tutto possa succedere. Dentro Quaglia Sovversiva di Marco Castello insomma sento l’estate. Addirittura la vedo. Ed è uno di quei dischi che mi piace chiamare “a tradimento” perché in superficie sembra un disco squisitamente pop ma in realtà è composto di tanti strati soprattutto nei testi. Castello cesella le parole con cura costringendo l’ascoltatore a tornarci sopra. La musica è pervasa completamente dal groove anche negli episodi più tranquilli. Basso e batteria sono la trave portante di questo album, su cui si innestano le tastiere anche loro grandi protagoniste.
Le chitarre sembrano più in secondo piano ma hanno interventi che non si può fare a meno di notare in momenti nevralgici dei pezzi. Tutto è rifinito ma allo stesso tempo vibrante, anche con elementi di disturbo che in teoria non ci dovrebbero essere come colpi di tosse e rumori vari. Inoltre le canzoni sono legate tra loro quasi in forma di concept album, intersecate come in un mosaico.
Il suono è decisamente organico, fatto da persone che stanno suonando veramente e anche in grande connessione tra loro. C’è tanto dialogo nella musica e anche qualche rimando. Ma si capisce che non è una mera riproposizione del passato, piuttosto un averlo fatto proprio rimescolandolo con la propria sensibilità artistica.
Questo disco per me è uno di quei casi in cui, dopo aver terminato l’ascolto, ti viene voglia di premere nuovamente il tasto play per cominciare da capo. Perché ogni volta ti rivela qualcosa di nuovo o di diverso, per cui vale la pena di riascoltarlo più e più volte con la voglia di perdercisi dentro.