Ed eccoci qua. Sono passati dieci anni dall’ultimo disco di David Bowie e dalla sua morte. Sembra che siano passati dieci minuti ma anche un’era geologica. L’elasticità del tempo e la percezione di ognuno di noi fanno di questi scherzi. Quando ci sono due eventi strettamente collegati nello spazio di un battito di ciglia poi la sensazione si amplifica ulteriormente. Quindi con la calma e la distanza del tempo che passa e con minor senso di shock andiamo a rivedere l’ultima stella.
Una candela solitaria
Blackstar è planato nei negozi il giorno del compleanno di Bowie, l’8 gennaio 2016. Una scelta significativa ma non inedita visto che tre anni prima era riapparso a sorpresa in quella stessa data con Where Are We Now?, primo singolo di The Next Day.
Se quell’album era stato una ripartenza con un catalogo di vari Bowie possibili (ne ho parlato qui) quella stella nera su sfondo bianco in copertina con sotto frammenti a stilizzare il cognome dell’artista mette subito in chiaro che qui siamo da un’altra parte.Piccolo passo indietro: tra The Next Day e Blackstar era uscita la raccolta Nothing Has Changed. Al suo interno si trova l’audace inedito Sue (Or In A Season Of Crime), sette minuti con big band jazz spiazzanti e inaspettati. È qui che secondo me si trovano i prodromi di questo album. Infatti si esce completamente dalla comfort zone dei collaboratori consueti ed arriva un quartetto di jazzisti newyorkesi. Donny McCaslin al sax, Jason Lindner al piano, Tim Lefevbre al basso e Mark Guiliana alla batteria. Sono loro, con gli interventi di Ben Monder alla chitarra e James Murphy alle percussioni, ad accompagnare Bowie lungo questo viaggio.
Essendo musicisti di estrazione jazz ci si potrebbe aspettare un “Bowie goes jazz” ma quando c’è di mezzo questo artista niente è mai come sembra. A metterlo in chiaro è subito il brano che dà il titolo al disco.
Un arpeggio di chitarra, dei fiati, un paio di note di basso e si parte. Il ritmo dato dalla batteria è frammentato e non lineare mentre la voce si replica contribuendo a dare la sensazione di trovarsi in un posto sconosciuto.
Il ritmo si fa più definito mentre si fa strada un gorgoglìo elettronico che punteggia la batteria. Il racconto prosegue per immagini apparentemente disconnesse.
Al centro di tutto i tuoi occhi
Il sax si prende lo spazio per un solo sostituendosi alla voce, la ritmica gli crea spazio intorno. Permane una sensazione di qualcosa di magmatico che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Ti spaventa ma ti affascina. Quando tutto sembra proseguire senza intoppi ecco delle tastiere eteree, un ritmo accennato e dei vocalizzi che sembrano arrivare da lontano. Poi la nebbia si dirada e la scena è cambiata radicalmente.
Un arpeggio dolce accompagna la voce mentre le tastiere sembrano nuvole. La sezione ritmica quando arriva è compatta, quasi marziale ma non prevarica né gli altri strumenti né il canto. Ma, sbem! Dal nulla ci ritroviamo in un moderno soul-funk con chiamata e risposta della voce, fiati corposi e un basso incisivo. Ogni tanto brevi sospensioni o suoni che arrivano improvvisi tengono all’erta l’ascoltatore. Mentre il ritmo prosegue però ci si riporta verso il tema iniziale.
Stavolta gli archi sintetici disegnano arabeschi mentre la chitarra s’insinua nel tessuto sonoro. Nel finale però a vincere è progressivamente il caos con suoni sempre più frammentati e disgiunti che chiudono tutto finendo direttamente nel pezzo successivo.
Non è proprio come me?
‘Tis The Pity She Was A Whore prende spunto dall’omonima opera teatrale di John Ford. Musicalmente ha un ritmo costante, un piano bizzarro che si fa vedere qua e là e dei sax che a volte si abbracciano e a volte duellano. Curiosi i cori che rimandano agli anni ’50-’60 e che vengono tenuti un passo indietro rispetto al resto del brano. Il testo si presta all’interpretazione di chi ascolta, in un insieme di parole che sembra non formare un quadro compiuto lasciando aperte varie possibilità.
Parte Lazarus e sembra che a prendere le redini del brano siano stati i Cure. Il ritmo è lento, i sax sono funerei e c’è una slide glaciale. Torna la morte, che già era arrivata in Blackstar, ma qui permea ed è incredibile pensare che una persona possa scriverne con questa lucidità sapendo quello che sta passando.
L’interpretazione che ne dà Bowie è un ulteriore capolavoro che si nota ancora di più sentendo la traccia isolata. Poi certo, ci sono il sax finale, quelle note di chitarra e basso che finiscono il pezzo. Ma qui la cosa che tiene tutto insieme è la voce. Ascoltatela, a vostro rischio e pericolo vi avviso.
Ho trovato il tuo messaggio
Sue (Or In A Season Of Crime) torna qui in una veste completamente trasfigurata. Se la versione di Nothing Has Changed sembrava un film qui sembra di essere dentro la testa del protagonista. Da frasi ordinarie si scivola sempre più nel caos, mentre l’elegante vestito jazz muta in un “rock” guidato dalle chitarre ma che aggiunge elementi spiazzanti come sintetizzatori e cambi di ritmo.
Consentitemi una deviazione: nonostante ci sia moltissimo spazio dato al sax secondo me il protagonista musicale di Blackstar è la batteria. In ogni brano è Mark Guiliana che detta i cambi di atmosfera attraverso il ritmo o regala momenti che non ti aspetti. In questa opera multiforme e sfaccettata è ancora e motore. Provate una volta a concentrarvi sulla ritmica e sicuramente noterete il gran lavoro che c’è sul ritmo in questo disco.
Girl Loves Me è l’oggetto misterioso di questo disco. Ha una forza quasi respingente che si esplicita fin dal testo, a una prima lettura incomprensibile. Bowie infatti lo scrive utilizzando in parte il Nadsat, linguaggio utilizzato in Arancia Meccanica di Burgess. Anche la musica ha qualcosa di fosco e non lineare. Chitarra e basso si muovono ossessivamente in coppia, arrivano sintetizzatori inaspettati lasciati liberi in un break inaspettato nella seconda metà della canzone. La batteria in questo caso è un’ancora mentre il sax si limita a pochi interventi. A contribuire allo straniamento è anche l’eco sulla voce che sembra farla arrivare da un luogo imprecisato.
Per contrasto Dollar Days è una canzone che più canzone non si può. Un andamento lineare, una chitarra acustica che accompagna le strofe e un’apertura micidiale nel ritornello, teatrale ma non appariscente. Il piano aggiunge una nota malinconica mentre il testo si muove tra passato, presente e futuro ed è molto personale. Il sax si prende il suo solo più classicamente jazz poco dopo metà canzone e con un crescendo solenne dettato dalle chitarre elettriche finiamo direttamente nel brano che chiude il viaggio.
Questo è il messaggio che ho mandato
Una batteria elettronica lega Dollar Days a I Can’t Give Everything Away. Ovvero una legnata tra capo e collo. L’armonica iniziale ricorda A New Career In A New Town e il pezzo musicalmente si discosta un po’ dal resto del disco. Batteria acustica ed elettronica si fondono, ci sono ampi tappeti di tastiere e il basso fa da collante. Il testo sembra sul momento una serie di pensieri sparsi ma poi leggendolo ci si rende conto di come tutto sia costruito in modo tale da risultare un commiato. A impressionare è soprattutto quell’away lasciato sempre da solo e cantato lunghissimo.
Il sax vaga libero nella seconda parte, poi dopo l’ultima strofa la chitarra fino a quel momento limitata a pochi tocchi si prende la scena. Ben Morder sembra Robert Fripp mentre Bowie continua a cantare il titolo della canzone, prima di un finale che lascia tutto sospeso.
Ricordo di aver ascoltato Blackstar due volte tra l’8 e il 10 gennaio 2016. Pensando che David Bowie poteva continuare a fare tutti i dischi in studio che voleva se continuava a farli di questa portata. Poi il 10 gennaio mi sveglio e SBEM!. Leggere la notizia della morte di Bowie è stato come ricevere una sportellata in piena faccia. Prima incredulità, poi piano piano capisco che è vero. Insieme a quella di Lucio Dalla la morte più dolorosa di un musicista che ho provato finora. Talmente dolorosa che per due anni non sono riuscito ad ascoltare nulla di David Bowie.
Piano piano poi è tornato ma questo disco per me è ancora un punto molto duro da affrontare. Con le due iniziali questa è la quarta volta che lo ascolto. È un ascolto sempre doloroso per cui devo essere preparato. Ma è comunque bello averlo qui perché è una testimonianza coraggiosa, un ultimo salto nel vuoto prima di scomparire, anche se non si scompare mai del tutto.