Dieci anni (e un giorno) senza Pino Daniele. Sono passati in un lampo. Ricordo ancora il passaggio all’ultimo dell’anno sulla Rai e poi dopo pochi giorni l’annuncio della scomparsa. Mi sembra il momento giusto per omaggiarlo con un po’ di canzoni nascoste della sua discografia.
Chi Po Dicere (Terra Mia, 1977)
Una chitarra acustica, un violoncello e le percussioni. La strumentazione di questa canzone è tutta qui. Poi c’è la voce: questa canzone è cantata con un soffio che però basta per portare una valanga di emozioni. Lo strumento ad arco fa quasi da controcanto a un testo in cui si percepiscono rimpianto e speranza in egual misura. Quasi troppe cose in appena un minuto e mezzo.
Basta ‘Na Jurnata e Sole (Pino Daniele, 1979)
Il sole c’è davvero in questo pezzo dove Pino Daniele si occupa anche del basso dimostrando ottime doti. A caratterizzare il pezzo sono la spinta data dalla batteria, un piano elettrico che lavora sottotraccia facendo però sentire la sua presenza e un sax che si ritaglia lo spazio per due soli. Oltre alle elettriche funky del ritornello che fanno venire voglia di ascoltarlo in macchina mentre vai al mare.
Voglio Di Più (Nero A Metà, 1980)
Un brano dall’atmosfera rarefatta che gioca abilmente tra momenti raccolti ed altri più pieni. Alcuni impercettibili cambiamenti ed aggiunte mano a mano che si va avanti rendono questo un pezzo in continuo movimento. Un testo che arriva chiaro e potente completa l’opera, apparentemente semplice ma che nasconde tante sorprese se ascoltata con attenzione.
Nun Ce Sta Piacere (Vai Mo’, 1981)
Un piano monumentale e il basso fretless aprono questa canzone e sono gli strumenti cardine. La batteria ancora tutto con grande inventiva e le tastiere ogni tanto fanno capolino a rinforzare. Il senso d’insoddisfazione del testo è reso dalla voce con un’intensità notevole. Le aperture melodiche dove a dominare sono di nuovo i tasti bianchi e neri emozionano e toccano corde profonde. La chitarra gioca a nascondino ma fa un grande lavoro di raccordo e si ritaglia lo spazio anche per un breve assolo. Una canzone notevole che si mette in connessione immediata con chi ascolta.
Maggio Se Ne Va (Bella ‘Mbriana, 1982)
Un pezzo solenne e maestoso con pochissimi elementi. Piano, chitarra acustica, sax soprano e una spolverata di tastiere. Eppure questo brano ti arriva addosso con una potenza devastante, impregnato di una malinconia serena che riveste tutto. Si finisce per essere quasi travolti da questo incastro perfetto di musica e parole che scalda il cuore e ti scuote dentro.
Lassa Che Vene (Musicante, 1984)
Un testo che racconta i momenti duri dei giovanissimi che si trovano in carcere. Una musica che si basa sull’intreccio di chitarra, mandoloncello e percussioni per costruire qualcosa fuori dai canoni. Aggiungi un pianoforte ed ecco che tutto assume un gusto particolare. Sembra una canzone sospesa come sospese sono le vite che racconta.
Mo’ Basta (Parte 2) (Sciò, 1984)
Ovvero la coda dal vivo di Mo’ Basta che era contenuta originariamente in Bella ‘Mbriana. Qui e possibile apprezzare la grande sinergia tra i musicisti, con particolare enfasi sulla sezione ritmica di Tullio De Piscopo e Rino Zurzolo. La voce va di scat e la chitarra tira fuori suoni inaspettati mentre le tastiere tengono tutti sul filo. Una tensione sonora che tiene in bilico anche chi ascolta.
Che Ore So’ (Ferryboat, 1985)
La malinconia può essere bella? Se è presentata come in questa canzone sicuramente si. Un testo che stringe il cuore accompagnato da una musica che alterna momenti soffusi ad altri più marcati. Ti ritrovi come ipnotizzato ad ascoltare un brano in cui ogni dettaglio sembra essere curato al millimetro senza però perdere in spontaneità.
Baccalà (Bonne Soirée, 1987)
Un riff elettrico che percorre tutta la canzone ed atmosfere sudamericane, grande passione del musicista napoletano. Aggiungiamo un testo ironico e che non si prende troppo sul serio ed abbiamo un brano fulminante e sempre in movimento all’interno di un disco a mio modo di vedere troppo poco considerato.
Gesù Gesù (Schizzechea… With Love, 1988)
Pronti, via e siamo già nel pezzo. L’atmosfera sembra rilassata con le tastiere che contribuiscono alla rarefazione dell’atmosfera. Sembra di viaggiare nell’aria anche con gli svolazzi di un flauto che appare e scompare a piacimento. A portarci con i piedi per terra è un testo a tratti quasi brutale nel suo senso di solitudine con un ritornello a tratti gridato che sembra tirare fuori il dolore.
Carte e Cartuscelle (Mascalzone Latino, 1989)
La chitarra acustica e il piano si intrecciano accompagnati da percussioni gentili. Il basso di concede pochi tocchi decisivi mentre le tastiere danno corpo a un’atmosfera sognante. Il testo dice di andare in fondo alle cose senza attese o reticenze. Una canzone rilassata dal significato importantissimo.
Che Soddisfazione (Un Uomo In Blues, 1991)
L’ironia non ha mai fatto difetto a Pino Daniele. Qui viene usata sapientemente per mettere alla berlina la corsa al consumo, forse è per questo che sembra scritta ieri e non trentaquattro anni fa. Il linguaggio musicale è quello del blues e del jazz con sezione ritmica agile, chitarra elettrica che vaga libera lungo il brano, acustica che segue il basso cone un’ombra e tocchi ben assestati di organo. Sembra quasi di vedere questo combo suonare sul palco di un club.
Questa Primavera (Che Dio Ti Benedica, 1993)
Un brano senza tempo. Sembra arrivare dal passato ma rimane in un limbo tutto suo. L’armonica si ritaglia un ruolo importante duettando con la chitarra mentre il testo parla di un amore per poi approdare a sentimenti più universali. Una canzone apparentemente semplice nella sua linearità che però ti rimane appiccicata addosso.
Anima (Non Calpestare I Fiori Nel Deserto, 1995)
Acustica e piano la fanno da padrone con la prima che costruisce il pezzo per poi prendersi degli assoli molto sentiti mentre il secondo ricama note lungo tutto il pezzo. Le tastiere formano un tappeto su cui si stendono basso e batteria che sospingono il tutto prima in punta di piedi poi in maniera più marcata. Un brano ipnotico e pieno di sentimento.
Questo Immenso (Dimmi Cosa Succede Sulla Terra, 1997)
Un pezzo che sembra immobile ma in realtà ha una sua andatura. Inizia semplice con chitarra, piano e voce poi con calma si aggiungono anche gli altri strumenti. Questo fa si che ci sia una qualità quasi ipnotica della musica su cui il testo si appoggia con delicatezza.
Da Soli No (Come Un Gelato All’Equatore, 1999)
Un robusto funk guidato da basso e batteria che tengono il pezzo in bolla. La chitarra elettrica si limita a tocchi ritmici lasciando spazio all’acustica e al piano elettrico che nel lungo finale si prendono due assoli. Il groove ti cattura a tal punto che le parole diventano quasi accessorie ma con un po’ di attenzione regalano qualche soddisfazione.
Ahi Disperata Vita (Medina, 2001)
Al cambio di millennio Pino Daniele volta pagina e torna a sperimentare un linguaggio diverso da quello maggiormente sbilanciato verso il pop di fine anni ’90. Medina è un insieme di influenze abilmente mescolate e nella sua traccia finale il musicista riprende un madrigale di Carlo Gesualdo sovrapponendo la sua voce. L’effetto è straniante ma interessante.
Concerto Per Noi Due (Passi D’Autore, 2004)
Archi e batteria appena accennata nella prima parte, chitarra e coro si aggiungono nella seconda. Il testo è di una profonda intimità ed è servito benissimo da una musica che riesce a rendere le emozioni che vengono descritte. Tutto in poco più di due minuti.
Marí (Iguana Cafè, 2005)
La chitarra si fonde mirabilmente con gli archi in questo breve strumentale che è il germoglio di una promessa che Pino Daniele non è riuscito a mantenere. Sembra che un disco strumentale fosse nei piani del musicista che però è rimasto in sospeso come la fine di questo pezzo.
Mardi Gras (Il Mio Nome è Pino Daniele e Vivo Qui, 2007)
La musica brasiliana è una passione di Pino Daniele da tempi non sospetti. Qui, coadiuvato dal bassista Alfredo Paixāo che è anche coautore del brano, riesce a ricreare l’atmosfera di certi dischi della Cti Records di fine anni sessanta. La lunga coda strumentale mette in mostra tutte le qualità dei musicisti coinvolti.
Donna Concetta (Ricomincio da 30, 2008)
I rifacimenti sono un’arma a doppio taglio. Pino Daniele l’ha usata spesso nel corso della sua carriera soprattutto con i pezzi del suo primo periodo. Gli esiti sono stati alterni ma qui c’è un notevole picco. L’originale, contenuto nel secondo album Pino Daniele, non viene stravolta ma le percussioni e il violino gli danno un nuovo sapore che rinnova senza dimenticare il passato.
Io Vivo Tra Le Nuvole (Electric Jam, 2009)
In questo mini album Daniele si riappropria della chitarra elettrica e qui dà una prova strumentistica fulminante. Nessuno sfoggio ma suono al servizio del pezzo, funk robusto e notturno. L’organo suona scuro mentre basso e batteria sono secchi e precisi nel sostenere sei corde e cantato.
Boogie Boogie Man (Boogie Boogie Man, 2010)
Il blues prima passione mai sopita. Qui si attinge a piene mani dai classici per la forma ed è evidente la voglia di suonare e di divertirsi. Una caratteristica di quest’ultima parte di carriera di Pino Daniele sembra proprio essere il bisogno di pensare solamente al suono, senza obblighi o costrizioni, facendo quello che passa per la testa. Nei soli si sente un’eco di Jeff Beck e il sax rende tutto più saporito.
Due Scarpe (La Grande Madre, 2012)
Piano e voce in partenza per un testo che usa immagini insolite per parlare di cose importanti. Poi un cambio a tempo di bolero con una grande apertura melodica che arriva dritta al cuore. Altra canzone in apparenza lineare ma che in realtà nasconde tanti piccoli dettagli che la impreziosiscono.
Finisce qui il giro nella discografia di Pino Daniele. Un artista che ha attraversato molte fasi sempre con la voglia di fare qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto in precedenza. Correndo anche il rischio di incappare in qualche errore ma facendolo sempre a modo suo. Lascio qui sotto la playlist con le canzoni di cui ho scritto.