Può sembrare incredibile ma questo disco Bruce Springsteen lo ha quasi buttato via. Quando lo ha ascoltato per la prima volta, mentre il tecnico del suono Jimmy Iovine gli diceva che era molto buono e da pubblicare, propose di gettarlo nella piscina del suo hotel. Il disco era Born To Run.
Lacrime sulla città
Cosa ci trovasse di sbagliato in un disco che ti accoglie con Thunder Road non è chiaro. Fatto sta che quel piano e quell’armonica ti portano dentro un mondo che sarà il tuo mondo per i successivi quaranta minuti. Ci sono anche buone probabilità che alla fine di questi quaranta minuti quel disco farà parte del tuo mondo per sempre. Thunder Road ha un’epica romantica ma amarognola, una corsa senza freni che è forse un’ultima possibilità di affrancarsi da un futuro già scritto e un crescendo strumentale che segue la voce di Springsteen quasi di pari passo. Fino a quel finale liberatorio che viene lasciato andare perdendosi pian piano come nei titoli di coda di un film.
Ecco, Born To Run è un insieme di cortometraggi che messi in fila uno dopo l’altro formano un film. Tenth Avenue Freeze – Out con il suo soul-shuffle richiama l’album precedente di Springsteen e racconta la mistica della band. Una sorta di Captain Fantastic and The Brown Dirt Cowboy condensato in poco più di tre minuti che ti fanno venire voglia di ballare. Grazie anche a dei fiati tirati a lucido e un andamento saltellante.
Night per contro ha una frenesia inarrestabile. Che dire di questo pezzo? Non molto di più di quello che già scrissi a suo tempo qui. Uno di quegli episodi apparentemente minori che poi si rivelano in tutta la loro grandezza.
Ballando (lentamente) nel buio
Il piano e l’organo che si intrecciano all’inizio di Backstreeets creano un crescendo che prepara la scena ad una canzone emozionante, ed è dire poco. Una storia su un qualcosa che si rompe, uno di quei sentimenti assoluti che si provano quando siamo giovani, ma che continua a parlarti anche quando cresci. Musicalmente si gioca sui pieni, sui vuoti e su un efficace cambio di scena. Poi, quando tutto sembra essersi risolto, arriva un ultimo crescendo che non può fare a meno di travolgerti.
Non si fa in tempo a riprendersi che un veloce scambio di batteria apre Born To Run. Per certi versi complementare a Thunder Road e piazzata non a caso all’inizio del secondo lato del disco, stavolta la corsa è di quelle senza freni. Un Wall of sound spectoriano investe chi ascolta senza fare prigionieri, tutto è intriso di una certa idea romantica che però in controluce lascia trasparire un sapore amaro. Forse è l’ultima corsa da fare prima di diventare adulti, o forse no. Fatto sta la potenza di questo brano non è scemata negli anni ed è arrivata fino ai giorni nostri non perdendo un solo grammo della sua forza narrativa e musicale.
She’s The One è, prima di tutto, una dimostrazione di rock’n’roll. Prende Bo Diddley e lo inserisce in un intreccio di piano e organo, prima che tutto il resto della band arrivi e guidata dalle bacchette di Max Weinberg si butti a capofitto in un magma sonoro trascinante.
Non si può fare a meno di battere il piede e andare dietro a quel ritmo mentre i tasti tessono la loro trama e nel finale una serie di crescendo portano a uno stop repentino che lascia senza fiato.
Stanotte abbiamo stile
Una tromba che non ti aspetti fa iniziare Meeting Across The River. Ovvero un pezzo che non ti aspetti. Notturno, guidato dal piano e dal contrabbasso, la sua sobrietà fa sì che il momento in cui cambia tutto descritto nel testo passi quasi inosservato. Si capisce la sua solennità ma la musica è talmente sobria che quasi lo nasconde. Un gioco di contrasti affascinante per una palla curva che nessuno aveva visto arrivare. La cosa bella è che questo brano funziona anche come introduzione di quello successivo.
Jungleland inizia con un duetto tra piano e violino che è solo la prima delle meraviglie che sentiremo nel corso dei successivi nove minuti e mezzo. Subito dopo il piano resta solo ed esegue un tema su cui entra Springsteen con la voce. Quello che parte è un testo cinematografico dove chi scrive segue le storie di varia umanità che popolano la sera e la notte. L’organo rimpolpa il suono e con il suo suono quasi religioso aggiunge solennità, poi arriva la band ed è come ingranare la quinta. Il viaggio diventa una corsa e ci si ritrova sempre di più catapultati nel brano, arriva una breve digressione e la scena cambia inaspettatamente.
Infatti arriva il sax di Clarence Clemons che si prende tutto il proscenio. Come se un’altra canzone avesse fatto irruzione in quella che stavamo ascoltando. Il sassofono ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio dove il suono fa le veci delle parole. Ti perdi tra note lunghissime che portano un’inaspettata dolcezza e tutto è talmente bello che ti lasci trasportare. Potrebbe durare all’infinito ma anche le cose belle hanno un termine e quando torna il pianoforte sai che ci avviciniamo ai titoli di coda.
Un vero valzer di morte
Roy Bittan con le sue dita ci riporta all’essenzialità e torna anche la voce che conclude la storia che stava raccontando. Scorriamo attraverso la città mentre il pianoforte cresce d’intensità seguendo il canto e sull’ultimo “Tonight in Jungleland” arriva l’ultimo cambio di scena.
Si rimane in balìa del suono per meno di un minuto in quella che è la coda inattesa ma conclusione perfetta di una piccola opera di strada che sigilla l’album in maniera definitiva.
Nonostante lo scetticismo del suo autore Born To Run è il disco che lancia definitivamente Bruce Springsteen. Ma al di là di questo resta un disco con una forza, data dalle canzoni che ci sono dentro, che ancora oggi è debordante. Ormai vengono anche giustamente dati per scontati essendo diventati dei classici, ma i brani hanno soluzioni e variazioni che se non si ascoltano per un po’ li fanno apparire ogni volta diversi. Forse è per questo che anche dopo cinquant’anni questo gruppo di brani appare ancora così fresco alle orecchie di chi ascolta.
Tutta quella cura, quell’incertezza e quelle ore di studio (se vi capita guardate il documentario Wings For Wheels – The making of Born To Run) hanno prodotto qualcosa che dura nel tempo e sono sicuro continuerà a durare. Almeno finché qualcuno avrà un po’ di fiducia e ci sarà magia nella notte.