Pubblicità

Fantasmi e universi

Una presa di coscienza. Anche una grande prova di maturità. Confesso che sono arrivato in ritardo ad ascoltare l’ultimo album dei Depeche Mode. Un po’ perché le ultime prove non mi avevano ispirato in maniera particolare. Niente di indecoroso, capiamoci, ma forse un’ispirazione un po’ affievolita. Soprattutto però per la scomparsa di Andrew Fletcher, improvvisa e del tutto inaspettata. Ero come bloccato dal pensiero del gruppo senza Fletch. Onestamente mi domandavo anche se avesse senso.

Non giocare col mio mondo

Il disco si chiama Memento Mori, titolo a quanto pare scelto prima che il destino giocasse al gruppo questo brutto tiro. Dopo averlo ascoltato posso dire che le mie titubanze sono scomparse completamente. È come se i Depeche Mode avessero preso tutte le esperienze fatte nel corso della loro carriera e fossero riusciti a filtrare attraverso l’oggi.

Il disco si apre su suoni elettronici sparsi ed apparentemente scollegati. Mentre si cerca di capire ecco la voce di Gahan, protagonista del brano. È come se gli fosse stato creato dello spazio intorno per farla risaltare ancora di più. Ogni tanto arriva un riff di sintetizzatore ma resta questa sensazione di vuoto. My Cosmos Is Mine è un’entrata spiazzante, movimentata nella sua apparente staticità. Nella parte centrale l’unico cambio, dove le voci di Gahan e Gore s’intrecciano in quello che sembra un mantra, contribuendo ulteriormente alla sensazione di straniamento che questo pezzo lascia.

Subito dopo Wagging Tounge si muove su territori più “classici”. Metronomica e quasi marziale è dominata dai sintetizzatori con un’atmosfera che rimanda ai Kraftwerk. I due Mode la scrivono insieme e il testo sembra parlare di una persona capace di resistere alle avversità. Degno di nota anche il video del brano, diretto dai Sacred Egg con la direzione creativa di Anton Corbjin.

Ghosts Again ha a che fare con la mortalità. Singolo di lancio dell’album è basato su un giro di chitarra tanto semplice quanto efficace. Curiosamente la musica fa venire voglia di battere il piede in una sorta di contrasto con le parole che sono una bella riflessione sul tempo che passa e le persone che non ci sono più. Tema reso ancora più evidente dal video che cita anche Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman.

Sarò la battuta finale

Don’t Say You Love Me cita nel titolo It’s No Good da Ultra. Musicalmente siamo distanti dalle atmosfere di quel brano però. Questa è una torch song moderna a metà tra Scott Walker e Morricone. La chitarra ha un sapore quasi anni ’50 e ci sono degli archi che arrivano quasi inaspettati. Seconda di quattro canzoni scritta in collaborazione tra Gore e Richard Butler, cantante degli Psychedelic Furs, novità assoluta per il songwriter inglese.

Subito dopo per My Favourite Stranger torna protagonista l’elettronica. Durante tutto il brano c’è una sorta di strisciante tensione che nella lunga parte centrale strumentale monta aggiungendo elementi. Arrivano di nuovo gli archi, stavolta più sullo sfondo e una sei corde nervosa. Arriva un po’ di calma all’improvviso per ripartire pian piano, aggiungendo strati sonori fino a fermarsi in maniera brusca lasciando solamente dei beat elettronici a chiudere.

Martin Gore si concede spazio alla voce solista per Soul With Me. Canzone dal sapore antico ma allo stesso tempo calata nella contemporaneità. Dopo un’introduzione tastieristica con un tema che si ripeterà nel finale lo spazio è lasciato a ritmo e chitarre, che creano un’atmosfera di calore. La voce ci si stende sopra, parlando di una persona pronta a lasciare il mondo. Non c’è però oscurità anzi il ritornello sembra virare sul gospel ma con sei corde che irrobustiscono la struttura. Un ibrido interessante d’influenze.

Un oggetto curioso. Questo sembra Caroline’s Monkey. Da qualunque angolazione la si guardi o la si ascolti è difficile inquadrarla. Si prende tutto il tempo per partire, poi procede un po’ a scatti. Ha una sua direzione ma lascia spiazzati. Per quanto mi riguarda in senso positivo, visto che per capire meglio mi viene voglia di riascoltarla.

Andiamo avanti

Scritta da Gahan con i collaboratori di lungo corso del gruppo Christian Eigner e Peter Gordeno Before We Drown ha un effetto ipnotico. Ti ritrovi perso nella canzone praticamente senza accorgertene. A farla da padrone sono di nuovo elettronica e tastiere per un brano elegante e di sostanza.

I Doors dicevano People Are Strange. Qui si dice People Are Good ma leggendo il testo si capisce che non è tutto rose e fiori. Anzi pare un po’ un raccontarsela. Musicalmente abbiamo un caso di Depeche Mode che rifanno loro stessi al loro meglio per una bella canzone di passaggio con degli ottimi cori ammantati di soul da parte di Gore.

Di nuovo echi kraftwerkiani per Always You. Una ritmica metronomica che ogni tanto si spezza, le tastiere a costruire paesaggi e degli archi solenni ma austeri. Su tutto si staglia il cantato appassionato di Gahan che fa suo un testo in cui anche nei momenti di maggiore difficoltà si trova sempre qualcuno che ci offre conforto e riparo.

Never Let Me Go è l’episodio che si spinge su lidi vicini al rock. Sarà per via del ritmo che fa battere il piede o per quella sei corde tagliente e nervosa che rimanda ai Nine Inch Nails. A suggellare il tutto c’è l’impasto delle due voci così diverse eppure così affini di Gahan e Gore per un pezzo riuscitissimo.

Sto ascoltando, sono qui ora

Come a chiudere un cerchio arriva Speak To Me. L’atmosfera rarefatta sembra ricollegarsi a My Cosmos Is Mine ma qui c’è maggiore pathos. I synth sono meno algidi e più avvolgenti ma lasciano ampio spazio alla voce, che canta un testo a mio avviso molto personale con una carica emozionale assai alta. Ci sono anche gli archi, arrangiati come in tutto il resto del disco da Davide Rossi, aggiungono colori alla tavolozza sonora di una canzone posta giustamente a sigillo dell’album.

Memento Mori è un disco magari non facilissimo a un primo ascolto, ha bisogno di decantare per svelare le sue bellezze. Non è un disco da ascoltare distrattamente, bisogna mettersi lì e dedicargli del tempo. Ma una volta che si è svelato non si può più farne a meno. Anche grazie all’ottimo lavoro alla produzione di James Ford, richiamato con suo stupore dopo Spirit le cui session furono abbastanza nervose. Senza dimenticare l’apporto al missaggio di Marta Salogni, anche coautrice dell’ultimo brano con Gahan, Ford ed Eigner.

Pubblicità

Pubblicato da parliamounpodimusica

Grande appassionato di musica fin da bambino, si è finalmente deciso a scriverne un po' unendo così due sue grandi passioni