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Dammi solo un minuto

Un soffio di fiato, un attimo ancora? Parliamo dei Pooh? No, solo di brani sotto i due minuti. Un mix di canzoni agili che non danno il tempo neanche di annoiarsi.

Oil On Canvas (Japan, 1983)

Un piano e un sottofondo di tastiere. Tanto basta per creare un pezzo che emoziona. Posto in apertura del live che suggella la carriera dei Japan Oil On Canvas è un’introduzione sobria ma piena di sentimento che resta impressa nonostante la sua breve durata.

Welcome To The Working Week (Elvis Costello, 1977)

Una partenza che rimanda ai Beach Boys grazie ai cori. Un testo che sembra parlare della fama ma poi vita verso una realtà più cruda. Poco meno di un minuto e mezzo dove Costello dimostra di ricordarsi di quello che è venuto prima di lui e riesce ad impiantarlo sull’essenzialità di fine anni ’70. Un piccolo gioiellino divertente e a suo modo epico.

Andromeda (Paul Weller, 2010)

Un piano insistente lascia spazio a molte chitarre che sembrano arrivare direttamente dagli anni ’60. C’è qualcosa di dissonante in questa piccola lezione di modernariato pop-rock, con un break sorprendente affidato all’orchestra poco dopo metà pezzo e un testo che esplora la solitudine ma anche un certo sollievo mentre si abbandona la propria casa d’origine.

That Someone Is You (R.E.M., 2011)

Una canzone dritto per dritto con protagoniste le chitarre. Nel testo ci sono riferimenti a gruppi, attori ed attrici variamente interpretabili, come spesso accade con i testi di Stipe. Curioso il saliscendi musicale del ritornello quando in mezzo al muro di sei corde si fa strada un organo acido che poi chiude curiosamente in minore il pezzo con la sua scia di suono.

Branches/Bones (Nine Inch Nails, 2017)

Ritmo zoppicante e sintetizzatori che spuntano in ogni dove. Poi la batteria elettronica si fa martellante insieme al basso che ripete un riff. Entra la voce cantando un testo che viaggia come una pallina da ping-pong tra vari stati d’animo. Poi nel ritornello arrivano le chitarre e la voce è imbevuta di effetti. È tutto un giocare tra vuoti e pieni che si susseguono prima del finale repentino.

Behind The Wall (Tracy Chapman, 1988)

Serve solo la voce per descrivere una storia di (purtroppo) ordinaria violenza. Non ci sono immagini crude, solo urla e silenzi. Oltre a quell’impotenza o voglia di non intromettersi che spesso accompagna questo tipo di situazioni. Una canzone potente che arriva forte e chiara con il solo canto, nudo e crudo, senza necessità di ulteriori orpelli.

The Wind (Cat Stevens, 1972)

Un delicato intreccio di chitarre acustiche sostiene un canto espressivo che parla dell’avere fiducia in sé stessi e di seguire l’istinto. Tanto basta per creare un’atmosfera sospesa e particolare che entra passo dopo passo sottopelle e non se ne va più.

I’ll Follow The Sun (The Beatles, 1964)

Arrivati alla fine del 1964 i Beatles sembrano stanchi. Sulla copertina di Beatles For Sale, da cui è tratto questo brano, scrutano pensierosi l’orizzonte. Paul McCartney recupera questo pezzo dai quaderni del 1958 e gli dà una veste acustica che ritroveremo anche nelle sue cose future. Ringo recupera le percussioni di And I Love Her e si fa strada una slide suonata da George Harrison che diventerà anch’essa un marchio di fabbrica.

Odds And Ends (Bob Dylan, 1975)

Un blues che sembra arrivare da lontanissimo ma anche fuori dal tempo. Posta in apertura di The Basement Tapes fa subito vedere la padronanza dei vari generi posseduta dai musicisti che suonano in questo disco. Dylan aveva registrato questi nastri per puro divertimento durante l’esilio autoimposto dopo l’incidente motociclistico del 1966. The Band lo accompagna con la consueta perizia in un viaggio interessante attraverso la musica americana.

I Wanna Be Your Man (The Rolling Stones, 1963)

Lennon e McCartney la regalarono a Jagger, Richards e compagni prima ancora d’inciderla. Gli Stones riescono a farla completamente loro rendendola sferragliante e con un taglio decisamente rock. Bella la slide guitar che si ritaglia anche un assolo breve ma efficacissimo mentre il basso sembra quasi ribollire lungo tutto il brano.

Breaking Glass (David Bowie, 1977)

Un ritmo frammentato introduce questo brano di cui avevo già parlato qui. Il contrasto tra una musica vitalissima ed un testo invece oscuro funziona a meraviglia. La chitarra solista si fa notare con un tema tagliente, mentre la ritmica lavora come collante. Basso e batteria giocano tra momenti apparentemente più quieti per poi prendere agilità e movimento. Curiosi gli inserti di sintetizzatori. Con poche note che attraveraano la scena spostandosi da una parte all’altra danno un filo d’inquietudine a tutto.

Medley: Rip It Up/Ready Teddy (John Lennon, 1975)

Lennon pubblica un album di cover rock ‘n’ roll soprattutto per assolvere il debito di aver preso a prestito alcune frasi di You Can’t Catch Me di Chuck Berry per Come Togheter. Phil Spector produce e le session sono un delirio. Alla fine il produttore si porta via i nastri che scompaiono per un paio d’anni e poi vengono riscattati dalla EMI a peso d’oro. Questo minuto e trentatré è adrenalinico ed ha proprio un feeling da anni cinquanta. Grande enfasi sui fiati e sul divertimento.

Cage (King Crimson, 1994)

Inizia la canzone e sembra di essere dentro un frullatore. La voce e gli strumenti ti sballottano ovunque e sembra difficile trovare un centro. Un po’ di requie arriva solamente al momento del ritornello ma è veramente un attimo. Questo brano è un caso in cui le parole e le note sono talmente connesse che risultano indistricabili l’una dall’altra, anticipando anche scenari che sembra di vivere proprio oggi.

Cheap Day Return (Jethro Tull, 1971)

Ottanta secondi dove la fanno da padrone due chitarre acustiche che si intersecano con maestria. Il basso tiene il tempo mentre le tastiere colorano sullo sfondo. Le parole raccontano uno spaccato di vita privata di Ian Anderson e ascoltando il loro ironico e amaro scorrere ci si rende conto di come il vestito musicale sia decisamente adatto a quello che si sta narrando.

New York Telephone Conversation (Lou Reed, 1972)

Con il suo piano quasi da musical questo brano sembra quasi scherzoso. A contribuire ulteriormente a questa impressione contribuisce anche la voce di David Bowie, produttore dell’album, che doppia quella di Reed dando un tono che sembra parodistico. In realtà in questo bozzetto si dicono molte cose in poco tempo e la musica sembra fungere quasi da contrasto alle parole. Alla fine da questo scontro viene fuori un brano curioso e interessante.

The Leader (The Clash, 1980)

In quella sorta di enciclopedia di generi che è Sandinista! non poteva mancare uno spazio per il rock ‘n’ roll. Questo brano musicalmente sembra preso di peso dagli anni cinquanta e sembra un tributo ai creatori di questo genere, in primis Bo Diddley. Il testo parla di incroci tra politica e scandali, dimostrazione di come alla fine la storia spesso si ripeta.

Let It Rock (Chuck Berry, 1960)

Quasi una auto cover. Questo brano riprende Johnny B. Goode e la trasporta da un’altra parte producendo comunque un brano memorabile. Non c’è il ritornello ma non se ne sente la mancanza tra un testo on the road e una chitarra che riesce a suonare come il fischio di un treno.

Mercedes Benz (Janis Joplin, 1971)

“Una canzone del grande significato sociale e politico”. Viene introdotto così, non si sa quanto ironicamente, un brano che prende gli stilemi del gospel e li usa per chiedere di ottenere cose materialissime. Fa sorridere oggi la richiesta di una tv a colori ma erano altri tempi. Solo voce e battito di mani e una risata finale che forse riassume tutto il senso di questo pezzo.

Separazione Naturale (Lucio Battisti, 1974)

Anima Latina, da cui questo brano è tratto, è per me uno dei vertici della musica italiana. Qui Battisti si sente libero di sperimentare, giocare insomma fare un po’ cosa vuole. Prova ne sia questo brano che vede i sintetizzatori protagonisti a fornire la base mentre intorno è un guazzabuglio di voci a fornire un andamento vagamente ritmico. Le parole sono poche ma risuonano con forza in questo minuto e mezzo potentissimo.

Nuba (Franco Battiato/Pinaxa, 2014)

Quasi a chiudere un cerchio Battiato qui si riappropria dei suoi esordi. Un frammento dove su una base eterea si staglia la voce che sembra arrivare da mondi lontanissimi. La sensazione complessiva è una strana calma che sotto cova però una certa inquietudine.

Lettera Da Un Cosmodromo Messicano (Francesco De Gregori, 1989)

Una melodia pianistica dolce accompagna un testo fantascientifico. Sembra che la natura si stia riappropriando dei suoi spazi in questo mondo descritto da De Gregori, poi sull’ultima frase c’è un cambio repentino di scenario. Un breve momento di silenzio ed arrivano la tastiere ad irradiare quella luce immensa di cui parlava il cantautore romano.

Sulo pè parlá (Pino Daniele, 1981)

Solo tastiere e un tocco leggermente malinconico di violoncello per una canzone piccola che però diventa gigante. A farla tale i dettagli e la voce piena di passione del cantautore napoletano che tratteggia una storia di amore che sembra perduto ma forse nel finale si ritrova. Almeno a me piace pensarla così.

Cripple Creek Ferry (Neil Young, 1971)

Un brano dal ritornello corale e dall’andamento rilassato pur con qualche trappola. Il testo può essere inteso in senso letteralmente o si può aprire ad interpretazioni disparate. Sembra quasi di vederlo quel traghetto che solca le acque con indolenza mentre trascina il suo carico umano per acque tranquille ma insidiose.

Please Don’t Let Me Be So Understood (Tweedy, 2014)

Merita di stare qui già solo per il titolo. Jeff Tweedy e il figlio Spencer aprono l’album di famiglia con un pezzo frammentato e frammentario. Il testo evoca e suggerisce attraverso una serie di immagini, la musica segue una traiettoria tutta sua lasciando inizialmente spiazzati. Ma alla fine il brano s’insinua sotto pelle e questa specie di hard rock acustico ti conquista.

Cassetto (Neu!, 1973)

Si fatica quasi a credere che sia un brano di cinquantuno anni fa. Concentrate in meno di due minuti ci sono tante e tali direzioni che prenderà la musica degli anni a venire che sembra di avere a che fare con dei veggenti più che con dei musicisti. Musica con una freschezza ancora oggi invidiabile.

The Earth Before Us (Porcelain Raft, 2017)

Tutto parte voce e chitarra elettrica, come se fosse una demo. Continuando si aggiungono strumenti ed il suono pur mancando la batteria diventa mano a mano maestoso. Con solo il tamburello a tenere il ritmo la parte del leone ritmica la fa il basso. Tra le sei corde spicca una slide che va ad aggiungere malinconia. La voce ricorda Patti Smith ed il tutto è pervaso da un elegante spleen.

Lazing On A Sunday Afternoon (Queen, 1975)

Un piano che sa di vaudeville introduce poco più di sessanta secondi nella vita di un uomo assolutamente ordinario. La musica però ha la grandeur dedicata ai grandi personaggi con una voce che sembra passata attraverso un megafono, un cambio melodico e sul finale una serie di chitarre che riprendono la melodia del cantato con qualche variazione. Certo, il protagonista fa anche cose curiose come dipingere al Louvre, ma è l’eccentricità del vestito musicale a fare la differenza.

Jigsaw Puzzle Blues (Fleetwood Mac, 1968)

Un blues arrembante che parte in minore, assoluta rarità. Al suo interno risuonano anche atmosfere jazzate mentre la chitarra solista di Danny Kirwan, autore del pezzo, riprende anche il solo di clarinetto del pezzo omonimo a cui si è ispirato. Un brano breve ma che regala un momento di gran bella musica.

Gotta Get The First Plane Home (The Kinks, 1965)

Un riff semplice ma che rimane in testa, una sezione ritmica che si fa sentire con gusto ed un testo che sembra parlare d’amore ma dove sotto ci sono anche altre cose. Un’armonica blues compare a rinforzare ulteriormente il suono e si ritaglia anche lo spazio per un assolo a metà brano. Un pezzo di passaggio ma estremamente godibile all’interno di un gran bel disco.

The Girl From New York City (Beach Boys, 1965)

Il suono di qualcosa che sta cambiando. Questo brano in superficie sembra simile a molti altri del primo periodo dei Beach Boys. C’è l’andamento blueseggiante, i cori celestiali e la celebrazione dello stile di vita californiano con una punta d’amore che non guasta mai. Ma sotto s’iniziano ad intravvedere cose che porteranno il tutto da un’altra parte come il sax che apre con un assolo accompagnato solo dalla batteria o una sezione ritmica più definita e presente.

Venus De Milo (Prince, 1986)

Basato sul piano questo strumentale ha sfumature jazzate senza mai dimenticare la melodia. Gli archi impreziosiscono avvolgendo i temi disegnati dai tasti bianchi e neri e i fiati sono dolci, quasi impalpabili ma fondamentali per dare una voce a questo brano che non ne ha una vera e propria. Leggero come una nuvola e perfetto per farsi avvolgere dal suono.

For Absent Friends (Genesis, 1971)

L’intreccio tra una dodici corde elettrica e un’acustica domina questo brano, il primo cantato da Phil Collins nella storia dei Genesis. Tutto è avvolto da un’elegante malinconia sospesa tra la dolcezza del ricordo e l’amaro della perdita. Cose che si ritrovano anche nel testo, dove pare quasi di vedere veramente i luoghi descritti data la precisione quasi chirurgica della descrizione.

Asforteri (Caravan, 1970)

Una grancassa insistente e un riff eseguito all’unisono da chitarra ed organo. Il testo è breve e ripetuto quasi come un mantra, mentre si aggiungono mano a mano tastiere che rendono il breve viaggio di questo brano decisamente cosmico. Il volume si alza e pare quasi di non riuscire a sostenerlo ma all’improvviso tutto termina a sorpresa.

We Have Heaven (Yes, 1971)

Una piccola opera per la voce. Jon Anderson sovraincide le sue parti più e più volte per creare quasi una piccola orchestra che canta un testo dove la fonetica ha praticamente la stessa importanza del senso delle parole. La musica qui è relativamente semplice sia pure con qualche trappola. A spiccare è soprattutto il basso di Chris Squire che riesce a ritagliarsi spazio anche in un brano pensato fin dall’inizio per delle corde che non sono quelle spesse del suo strumento.

Who Is It? (Talking Heads, 1977)

Un’altra dimostrazione di come le svolte a volte sono già presenti negli album precedenti. Questo brano già trasuda di quel funk ipnotico che verrà pian piano portato a compimento dal gruppo statunitense negli anni a venire. Curiosamente c’è anche un cambio verso metà pezzo che ricorda gli anni sessanta ma a rimanere impresso è il giro ipnotico che apre il brano e ritorna per tutto il brano.

Twang Bar King (Adrian Belew, 1983)

Quasi novanta secondi di rock a rotta di collo. Certo, il testo sembra descrivere una star un po’ spaccona ma alla fine questo brano fa sentire il divertimento di chi ha suonato e risulta divertente per chi ascolta. La chitarra si ritaglia degli spazi rumorosi che non sono fuori contesto e alla fine questa canzone è quella scarica di adrenalina un po’ grezza di cui ogni tanto c’è bisogno.

Held Up Without A Gun (Bruce Springsteen, 1980)

Originariamente era il lato b di Hungry Heart. Ottanta secondi scarsi al fulmicotone con la E-Street Band lanciata come un treno in corsa mentre l’organo sixties di Danny Federici si ritaglia uno spazio importante. Il testo descrive una serie di scene che alla fine vanno a comporre un quadro notturno di vita sulla strada ma alla fine quel che conta è la carica che questo brano ti lascia addosso.

New Town Animal In Furnished Cage (Xtc, 1977)

Il ritmo è marziale dopo una chitarra rumorosa ad introdurre. Sembra che ci sia della tensione trattenuta che viene rilasciata poi nel ritornello. Il piano che prima era discreto si fa man mano più pressante e rumoristico insieme alla sei corde prima che il pezzo termini in maniera sospesa ed inaspettata. Il testo descrive con poche parole quello che sembra un ambiente suburbano con poche possibilità di fuga.

Please, Please, Please Let Me Get What I Want (The Smiths, 1984)

Un giro di chitarra acustica ti porta dentro una canzone breve ma intensissima. Johnny Marr fa la parte del leone musicalmente con elettriche melodiche e un finale dove le sei corde sembrano quasi mandolini. La sezione ritmica gioca di sottrazione con il ritmo tenuto sul tamburello e un basso discreto. Morrissey ci mette la sua voce così inglese e così malinconica che ti fa sembrare il testo reale. Alla fine la canzone è perfetta così, un piccolo valzer semplice e intenso.

Song For The Asking (Simon & Garfunkel, 1970)

Ultima canzone dell’ultimo album del duo statunitense è quasi un ramoscello d’ulivo offerto da Paul Simon dopo una serie di incomprensioni e malumori. Con poche parole, una chitarra e l’orchestra si ricorda il grande potere della musica che può guarire le ferite e far superare i momenti difficili. Forse è per questo che ogni volta che la si ascolta smuove qualcosa.

Finisce qui il nostro viaggio nelle canzoni brevi, anzi brevissime. Non è stato semplice da scrivere ma è stato anche un grande divertimento per me. Qui sotto vi lascio una playlist di YouTube con tutti i brani, se avete voglia di ascoltare mentre leggete.

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Pubblicato da parliamounpodimusica

Grande appassionato di musica fin da bambino, si è finalmente deciso a scriverne un po' unendo così due sue grandi passioni