Cinquant’anni fa (e qualche mese, a voler essere precisi) si affacciava sugli scaffali dei negozi un disco dalla copertina in bianco e nero con un ragazzo fotografato di spalle su una Lambretta. Negli specchietti quattro facce note a tutti gli amanti del rock. Gli Who tornano dopo Who’s Next di nuovo con un concept album. Ma sarà una faccenda diversa rispetto al Tommy che li aveva consacrati. Se quello era un’opera di fantasia Quadrophenia attinge dal reale per raccontare una storia che gli Who conoscono come ambientazione visto che si parla dei mods di Londra a metà degli anni sessanta.
Puoi vedere il vero me?
La partenza è spiazzante. Un piano esegue note a cascata mentre intorno ci sono le onde del mare. Poi una voce appena percettibile sospira I Am The Sea. Questa sorta d’introduzione prosegue con la pioggia e le onde del mare mentre intorno si fanno strada accenni di canzone. Sono i quattro temi ricorrenti, ognuno legato a un membro del gruppo. In ordine di apparizione sono Helpless Dancer per Roger Daltrey, Is It Me per John Entwistle, Bell Boy per Keith Moon e Love Reign O’er Me per Pete Townshend. Poi mentre tutto sembra andare avanti una voce che passa da un lato all’altro chiede Can You See The Real Me, Can You? Can You? e all’improvviso ci si ritrova in tutt’altra atmosfera.
The Real Me infatti arriva dritta in faccia come uno schiaffo. Keith Moon pesta sulla batteria come se la sua vita dipendesse da quello, Townshend alla chitarra fornisce una solida base ritmica e Daltrey prende di petto il testo e trasmette tutto il senso di urgenza e smarrimento di Jimmy, il protagonista di quest’album. Iniziamo ad entrare nel suo mondo che è subito intricato. Ci sono problemi ma nonostante tentativi di aiuto sembra che non si riesca a venirne a capo. In tutto questo John Entwistle si fa notare perché oltre a dare ulteriori colori con i fiati se ne esce con una parte di basso devastante che ne fa lo strumento solista del brano. Entra in ogni spazio e ruba la scena al resto del gruppo. Questa miscela crea un brano assolutamente esplosivo che sfocia senza soluzione di continuità nella title track.
Una sensazione incerta
Quadrophenia è un brano strumentale che riprende i quattro temi presentati nel primo brano. Ma se lì erano solo accenni qui la band gira a pieni cilindri. Sembra quasi di assistere ad una cavalcata epica dove i grandi protagonisti sono la sei corde e i sintetizzatori di Townshend. La prima sostituisce la voce cantando i temi al suo posto, i secondi formano strati di suono che arricchiscono senza appesantire. Il tutto sostenuto da Moon ed Entwistle che si fanno sentire con gusto. Una volta raggiunto il climax tornano le onde del mare prima che dei rumori ci portino al brano successivo.
In Cut My Hair Jimmy sembra trovare conforto aggregandosi ad un gruppo di Mods che spesso si scontravano con i Rockers negli anni ’60. Gli resta tuttavia la sensazione di essere comunque fuori posto. Musicalmente il piano la fa da padrone nelle strofe, sostenendo la voce di Townshend mentre tutto si fa più movimentato nel ritornello quando arrivano Daltrey, una batteria spiritata e degli archi arrembanti. Nel finale c’è un cambio di scena e si chiude su un sapore quasi classicheggiante con i synth a fare le veci degli archi.
Il punk e il padrino
Puro rock come gli Who sanno fare. A metterlo in chiaro sono gli accordi all’unisono di acustica ed elettrica che aprono The Punk And The Godfather. Non di quelli al fulmicotone però. Il tempo è leggermente più rilassato, il basso sottolinea ulteriormente il riff e la batteria sostiene. Il brano è una sorta di dialogo tra un fan e un artista. Curiosa la sospensione su cui si chiude ogni ritornello con un intreccio dolce di chitarre ed una voce filtrata che sembra fare dei vocalizzi. Ma se si fa attenzione in realtà è il balbettio di My Generation, uno dei tanti rimandi agli Who che furono di questo album. Bello anche l’inciso dove l’artista parla di quello che dovrebbe o non dovrebbe fare in quanto tale ancora con chitarre dolci in primo piano.
L’arpeggio che apre I’m One insieme ad un’elettrica che sembra una pedal steel porta tutto su lidi quasi country. Poi arriva la sezione ritmica e questa storia di dubbi e senso di appartenenza diventa improvvisamente frizzante. Questi due scenari si alternano nel brano, una stilettata di due minuti e mezzo intrigante nella sua apparente semplicità.
Come in un gioco di contrasti i sintetizzatori e gli archi dominano invece The Dirty Jobs. Niente di peccaminoso qui, si parla veramente di lavoratori spesso poco considerati della voglia di ribellarsi a tutto questo di Jimmy. La rabbia e la frustrazione sono ben espresse dalla voce di Daltrey e dalla musica. Il basso tiene insieme il brano concedendosi qualche fuga, la chitarra si ritaglia un bello spazio in un cambio che è un crescendo prima di tornare al tema iniziale. Tutto si conclude con rumori di persone ed un’orchestrina che suona un motivo totalmente slegato dal brano.
È nella mia testa?
Un piano in ebollizione e gli ottoni introducono il primo tema legato ai componenti del gruppo. Helpless Dancer è quello di Daltrey e riesce con pochi strumenti ad essere solenne. Al momento di massima tensione dell’intro strumentale si aggiunge una chitarra acustica che poi lascia spazio a dei tasti bianchi e neri suonati con ferocia. C’è tensione nell’aria e anche nelle parole, quando torna la sei corde tutto sembra citare quasi sul flamenco. L’atmosfera si scalda prima del ritorno al tema iniziale dove si ritorna in tensione prima che tutto si liberi su un accenno di The Kids Are Alright, uno dei primi successi del gruppo per poi far tornare Daltrey con un accenno di Is It Me, tema di Entwistle.
Dentro Is It In My Head? c’è una cattedrale di chitarre. Le sei corde sono protagoniste assolute insieme a un sintetizzatore che ogni tanto fa capolino. I dubbi di Jimmy crescono e si chiede se quello che sente sia reale o sia solo frutto della sua immaginazione. La sfumatura è minima. La sezione ritmica lavora più sottotraccia rispetto ai brani precedenti se si esclude un cambio sul finale di brano dove il ritmo accelera. Nel finale si torna al tema iniziale che sfocia dentro un breve scambio di batteria che introduce I’ve Had Enough.
Fuori di testa sul treno
Qui si giunge a un punto di rottura. L’inizio musicale impetuoso riflette lo stato d’animo del protagonista. Si riesce a percepire l’altissima tensione che pervade Jimmy prima di un cambio di rotta dove a cantare a Townshend. Pensare all’abbigliamento, con un inciso che ritroveremo in seguito, sembra calmare il protagonista per un attimo e in un momento di sospensione Daltrey invoca una pioggia d’amore. Ma un nuovo cambio di scena, con una musica quasi etnica, fa capire che è un fuoco di paglia. La lista di cose di cui se ne ha abbastanza viene sciorinata con una rabbia sotterranea che esce nuovamente con il ritorno della struttura rock. Da qui il pezzo segue l’andamento della prima parte con gli stessi cambi fino a quando sull’ultimo love Daltrey caccia un urlo lancinante a cui seguono le sirene della polizia.
Jimmy distrugge la sua Lambretta, un tesoro per un Mod, e prende una decisione: si va a Brighton. La città marittima teatro di scontri tra mod e rockers negli anni ’60 rappresenta per lui una sorta di mito visto che gli ricorda momenti felici.
Il treno è quello delle 5:15. Mentre viaggia, sia nella realtà che metaforicamente, Jimmy ha ricordi come flash dei suoi trascorsi a Brighton. Sono però talmente sconnessi tra loro che sembrano immagini casuali. Il brano inizia con una citazione di Cut My Hair e poi si sviluppa con un riff dove risaltano i fiati. Sono Who potenti ma controllati con il piano, qui suonato da Chris Stainton, che irrobustisce ulteriormente un suono già corposo. C’è anche un attimo più riflessivo nel ritornello dove restano in primo piano delle chitarre arpeggiate prima di tornare sulla via maestra tracciata in precedenza. Tutto gira bene prima che il brano si concluda circolarmente così come era iniziato.
Grazie a Dio non sono vecchio
Sea And Sand è il primo brano dove siamo realmente a Brighton. Si sente il mare poi un’acustica delicata dà il via ad un Daltrey insolitamente dolce. È un gioco di delicatezza e rock in alternanza quando è lui a cantare. L’atmosfera cambia quando entra in scena una ragazza, molto idealizzata dal protagonista, dove tutto si fa più calmo e riflessivo. Quando arriva la voce di Townshend ritroviamo le parole e la musica ascoltate poco prima in I’ve Had Enough poi il brano si sviluppa in maniera inversa. Torna Daltrey per l’inciso, segue la parte più rock con Townshend al microfono poi di nuovo Daltrey che sembra chiudere la canzone così come l’aveva iniziata. Ma c’è una ripresa dove protagoniste sono le chitarre e Townshend canta I’m The Face, unico singolo degli High Numbers ossia gli Who quando non erano ancora gli Who.
Il piano che apre Drowned ricorda Hitchcock Railway di Joe Cocker ma essendoci di nuovo Chris Stainton (stretto collaboratore del cantante inglese) davanti alla tastiera la cosa non sorprende. Il brano è un blues-rock che vede un Jimmy ancora in preda ai dubbi che contempla l’idea di abbandonarsi all’acqua marina. Musicalmente ci sono un paio di break strumentali dove elettrica e piano battagliano con gusto e il brano fa decisamente battere il piede. Da sottolineare anche la prestazione vocale di Daltrey. Il pezzo si conclude con suoni d’ambiente e Townshend che canticchia Sea And Sand.
Sono io, per un momento?
Le tastiere si riprendono la scena per Bell Boy, il tema di Keith Moon. L’inizio è arrembante con Jimmy che riconosce una faccia amica. Si tratta di Ace Face, un mod con cui aveva partecipato ad alcuni scontro anni prima. Con stupore vede che è diventato facchino di un hotel che pochi anni prima era stato messo a ferro e fuoco proprio dai Mods. Questo contribuisce ad una disillusione totale. Moon si prende la scena anche vocalmente proprio nel ruolo di Ace Face. Canta e parla con un accento volutamente esagerato e quasi biascicante provocando un contrasto spiazzante con i cori dei suoi compagni di band. Musicalmente il pezzo è altrettanto curioso e interessante.
Il mare in burrasca, la pioggia e i tuoni che annunciano Doctor Jimmy non lasciano presagire nulla di buono. In effetti quello a cui si assiste è un vero e proprio tracollo. Tutta la rabbia viene fuori prepotente, sia nella musica arrembante e con gli archi protagonisti che nelle parole. Doctor Jimmy and Mister Jim sono come Jekyll e Hide con l’unico appiglio del tema di John Entwistle Is It Me?. Un bagliore di vaga lucidità in mezzo a una furia (auto)distruttiva galoppante. Otto minuti e trentasei secondi che riescono a mantenere un’apparente semplicità pur essendo estremamente complessi con richiami classici assortiti. Il brano di spenge su dei pianoforti che sembrano impazziti quanto il protagonista, in procinto d’imbarcarsi in un mare in tempesta.
Ho bisogno di tornare a casa
The Rock è per la parte finale quello che Quadrophenia era stata per la parte iniziale. Anche questa strumentale con la riproposizione dei quattro temi serve in questo caso per seguire Jimmy che, presa una barca, prende il largo nel mare fino ad approdare ad un pezzo di terra. Una sorta di riavvolgimento del nastro dove si ripensa durante il viaggio alle cose che sono successe.
All’improvviso un tuono ferma la musica ed è di nuovo la pioggia. Ma stavolta sembra avere qualcosa di diverso. Il pianoforte si concede una lunga introduzione accompagnato brevemente da dei timpani. Siamo arrivati alla fine, e che fine. Love Reign O’er Me è il tema di Townshend ed è solenne senza essere pomposa. Il destino finale di Jimmy non è chiaro ma c’è una strana tranquillità, come se riuscisse ad iniziare a venire a patti con quello che è. Daltrey regala brividi con la sua voce ma tutta la canzone gira come un orologio ben calibrato. La sezione ritmica tiene il pezzo ancorato mentre i sintetizzatori fungono da archi. La chitarra elettrica aggiunge pathos e c’è il crescendo che s’infrange su quell’ultimo love urlato a pieni polmoni che chiude il brano con un ultimo fuoco d’artificio.
È un disco curioso Quadrophenia. Potenzialmente avrebbe potuto avere tutti i peggiori difetti di un concept album invece riesce a mantenere un equilibrio quasi funambolico. Complesso ma non cervellotico, serio ma non serioso, stratificato musicalmente ma senza eccedere in tecnicismi o leziosità. Forse ha aiutato anche il fatto che la storia sia tratta anche da momenti che gli Who hanno vissuto in prima persona. Alla fine quel che ne viene fuori è il ritratto di un’età di passaggio che è sempre molto delicata e particolare, con sentimenti che da personali possono diventare di tutti. Nel 1979 Franc Roddam ne trarrà un film intenso e secondo me molto bello. Vi consiglio di darci un’occhiata.