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Al livello dell’acqua

Quarantacinque anni fa il punk ha appena sconvolto regole e gerarchie della musica rock. Tra i figli e figliocci generati da quello stravolgimento si fa strada una chitarra. Il suo suono è molto particolare e caratterizza i brani del gruppo di cui fa parte.

I Dire Straits si annunciano al mondo con quella che sembra la sirena di una nave in lontananza. Del resto è a un porto che si svolge la canzone che li svela al mondo. Down To The Waterline ha una lunga intro dove la sei corde blueseggiante è protagonista assoluta. Dopo un’inizio atmosferico arriva la vitalità della sezione ritmica. Alle pelli c’è Pick Withers, che negli anni ’60 ha fatto parte anche dei Primitives.

La sezione ritmica che forma con John Illsley al basso è agile e anche in un brano dalle atmosfere notturne da un abbrivio vitale. David Knopfler dimostra tutta la sua solidità di chitarrista ritmico mentre il fratello Mark con la sua voce calda e che fa dei suoi limiti la sua forza dimostra che si può essere espressivi e lirici anche senza bisogno di troppo impatto sonoro. Interessante in questo senso il solo della parte finale del brano, che presenta diverse deviazioni rispetto ai temi sonori principali del brano. L’amore giovanile del testo è reso anche a livello sonoro con un’esuberanza che a volte pare non trattenersi prima di terminare in maniera repentina e inaspettata.

Mi porti in alto

Un ticchettio elettronico e una batteria che si butta in una samba. Water Of Love fa arrivare in primo piano le chitarre acustiche e la slide. Sembra quasi di sentire il sole che ti batte in faccia in un pomeriggio estivo. L’atmosfera è rilassata ma le parole per contro sono piene di dolore. Un amore è finito e il protagonista sembra essere in un deserto emotivo a corto di acqua quindi di linfa vitale. Illsley raccorda tutto il brano lavorando al buio, senza farsi notare troppo. Anche le sei corde lavorano per sottrazione con pochi tocchi ben assestati anche negli assoli.

La chitarra con echi degli anni ’50 che apre Setting Me Up dà il tono al brano. La musica si muove nell’intersezione tra rock e country, con la sezione ritmica maggiormente sbilanciata verso il primo. Le chitarre invece danno il gusto del secondo sottolineando parole un po’ rabbiose ma controllate. Ancora una volta il testo parla di amore dal tempo ormai scaduto e i soli hanno un abbrivio leggermente più spinto, meno sognante rispetto ai primi brani.

Dentro un club. Ecco dove sembra di essere ascoltando Six Blade Knife. Sarà per via di quella batteria leggera che con le sue spazzole percorre tutto il brano. O per quell’atmosfera apparentemente tranquilla increspata dai sussulti di un’elettrica nervosa. Fatto sta che sembra quasi di vedere una cortina di fumo di sigaretta attorno a tutto il brano con Knopfler che sembra quasi un coroner alla voce. Tutto peraltro molto adatto a un testo che ancora una volta ha a che fare con una relazione andata a male.

I sultani dello swing

Un riff di chitarra frizzante fa capire che in Southbound Again ci sarà un cambio di scenario. Canzone ritmata che va dritta per la sua strada il testo descrive il pendolarismo di Mark Knopfler e la sensazione straniante che genera. Qualcosa con cui è piuttosto facile relazionarsi. Il pezzo va e sfuma su un assolo in appena tre minuti, un passaggio per arrivare a un punto nodale della storia dei Dire Straits.

Un colpo secco di batteria, una chitarra ritmica che sa di flamenco ed ecco Sultans Of Swing. I Dire Straits avevano registrato un demo di cinque brani che comprendeva anche questa canzone e lo avevano inviato al dj Charlie Gillette della Bbc sperando in dei consigli. Andrà molto diversamente: Gillett ascolterà il demo e Sultans Of Swing gli piacerà talmente tanto che la metterà fissa in programmazione. Grazie anche a questo il gruppo troverà un contratto discografico.

La canzone verrà registrata nuovamente ma non sarà snaturata. Knopfler ricama sulla solida base fornita dal fratello David, Whiters e Illsley. La voce è esattamente al punto d’incontro tra Bob Dylan e Lou Reed e il testo racconta di una serata in un club dove una band jazz si sta esibendo davanti a un pubblico sparuto. In pratica un monumento a tutti quei gruppi amatoriali che suonano per passione. Il brano è caratterizzato dai due soli di chitarra, lirici e funanbolici al tempo stesso, ma intorno ci sono tante altre cose che accadono come un grandissimo lavoro di raccordo del basso.

West End selvaggio

Un brano del genere messo a metà disco rischia di oscurare tutto ciò che segue ma non è questo il caso. La chitarra dà il via a In The Gallery. Tempo medio che fa vedere delle increspature di nervosismo, nel testo sembra riprendere per certi versi i temi della canzone che la precede. Il protagonista è un pittore che non riesce a fare esporre i suoi quadri nelle gallerie d’arte e non ha così la possibilità di emergere. Verrà riscoperto dopo la sua morte, come spesso è capitato anche nella realtà.

C’è più rabbia però in questa canzone, ben espressa da una voce più aggressiva e roca. Musicalmente il brano sembra un’anticipazione di Once Upon A Time In The West che apparirà nel disco successivo. Bello il cambio di atmosfera durante il primo dei due solo di Knopfler la cui inventiva sembra stranordante.

Dopo esserci dedicati al mondo dell’arte si finisce per fare una passeggiata nel Wild West End. Quadretto che nomina letteralmente alcuni punti del quartiere di Londra mentre è in corso un colpo di fulmine. O è solo una fantasia del protagonista del brano? Chissà. Fatto sta che questa ballad ti avvolge con i suoni ed i cori e non puoi fare a meno di emozionarti. Gli arpeggi dell’acustica, i ricami dell’elettrica, la sezione ritmica leggera, persino i tocchi di quello che sembra un pianoa forse è una slide contribuiscono a creare un ambiente emozionale di notevole impatto per chi ascolta.

Pensando ai leoni

Si chiude in rilassamento, almeno musicalmente. Lions sembra una canzone leggera ma il suo testo, sia pure in forma abbastanza poetica, contiene uno sguardo sulla società e sulla Londra di quegli anni abbastanza critico. Tutto visto attraverso gli occhi di una ragazza con parole che tagliano come lame quasi a contrastare il calore degli strumenti. L’atmosfera è blueseggiante e il brano scorre ciclico con un unico cambio sul finale basato su una ripetizione.

Si chiude così un disco d’esordio già sorprendentemente maturo. In tutte le canzoni e già evidente la capacità di Mark Knopfler di creare dei piccoli film, per citare quasi letteralmente il titolo di un loro album successivo. Per realizzare tutto questo è però importante anche l’apporto dei compagni di band che si mettono al servizio delle canzoni dimostrando contemporaneamente tutto il loro valore come strumentisti.

Infine permettetemi due parole sul produttore. Muff Winwood, fratello di Steve e componente dello Spencer Davis Group, opta per un’operazione trasparenza. Nel senso che non snatura il sound della band cercando abbellimenti ma li riprende in tutta la loro naturalezza, senza orpelli. Una scelta che si rivela decisamente vincente.

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Pubblicato da parliamounpodimusica

Grande appassionato di musica fin da bambino, si è finalmente deciso a scriverne un po' unendo così due sue grandi passioni